mercoledì 14 agosto 2013

a volte se ne deve parlare, della morte.

spesso si parla della vita di come la si affronta e di come sia difficile. oggi io voglio parlare della morte, e di come sia difficile da affrontare, non pre quanto riguarda noi stessi, ma per quanto riguarda gli altri , la loro morte.
dicono che per poter elaborare la morte ci sano cinque diversi stadi da affrotare
la fase del rifiuto in cui non si può credere che la perdita sia imminente o che ci sia stata veramente, un momento in cui non si può concepire la propia vita da li in poi senza la presenza del soggetto mancante.
è una fase alterna che va dall'incredulità al dolore accecante, in cui non si riesce ad avere una netta visione di se e del mondo che ci circonda, folgorati come siamo da quella improvvisa mancanza di qualcosa che faceva parte integrante della nostra vita. ci prende una specie di inebetimento che ancora la reale forza della mancanza non ha lacerato, in cui ancora non siamo pienamente coscenti della realtà ed ineluttabilità della morte.
poi viene la fase della rabbia, in cui una folle ira ci travolge, qualcosa che brucia più della lava e che ci fa pensare anche cose molto crudeli come perchè è successo a te e non a lui/lei.
è qui che il dolore diventa ancora più feroce, rosso come il fuoco, in cui si mescola ad un'ira che potrebbe spaccare il nostro cuore a metà se solo potesse. ricordo ogni singolo momento che ho passato in questi due stadi per ogni singola morte che mi ha toccato profondamente, le lacrime scorrono bollenti e sembrano lasciare solchi sulla pelle, le urla escono senza contegno ne regola, lasciando senza fiato ne voce, mentre si maledice il mondo intero intorno a noi.
spesso in quei momenti mi sono chiesta perchè non io invece di... perchè il dolore è così forte, assoluto, annichilente che travolge, toglie il respiro e le forze, toglie lucidità e comprensione, toglie la voglia di vivere. ti scuote come un albero nella tempesta e ti lascia li, come gelato sotto un peso infinito.
superato questo momento il dolore non diminuisce ma si squarcia e ci lascia  a pensare al fatto che una vita rimane da viversi e che la si dovrà affrontare da soli, senza la spalla che avevavo accanto fino a poco prima. è la fase delle recriminazioni. la fase in cui ci si guarda attorno, sconvolti, increduli e ci si chiede come potremo andare avanti, con lo sgomento negli occhi, ci si chiede come potremo affrontare un giorno dopo l'altro con quel vuoto infinito, con quel dolore immenso, con quella fame d'aria che nulla soddisfa, con l'immagine di chi ci manca di fronte gli occhi in ogni attimo, e la sua mancanza che ci stritola il cuore. il momento in cui cominciamo a chiederci se avremmo potuto agire in maniera diversa, se sarebbe potuto esistere il mezzo per evitare tutto quel dolore, se abbiamo veramente dato tutto quello che potevamo per evitare quella morte. è il momento in cui ogni azione viene messa in discussione, viene analizzata e ritorta contro di noi, in cui ci incolpiamo di qualsiasi mancanza di qualsiasi stupida disattenzione.
ed allora a tutto il dolore provato fino a quel momento si unisce un insopportabile senso di colpa che ci sommerge e ci fa sentire infimi, perchè sappiamo, o si lo sappiamo, che se avessimo fatto qualcosa, qualsiasi cosa, anche se non sappiamo cosa, avremmo potuto evitare, ritardare o allontanare quel momento.
sembra in quei giorni dall'inizio di tutto cio in poi, che la testa scoppi ad ogni istante, il dolore oltre che morale si fa fisico, ci si insinua nelle ossa, nei muscoli, ci piega la schiena , ci taglia le gambe. ci rende flosci come bambole abbandonate da una parte, come un mucchio di foglie perse nel vento e dimenticate dal mondo.
ma noi non dimentichiamo, nulla viene cancellato dal nostro cervello che rivive momento per momento, attimo per attimo gli ultimi istanti con chi abbiamo perso, con una nitidezza crudele, con una lentezza mortale, ogni volta come se una lama lentamente affondasse nelle carni, ogni volta con una visione chiara, con inquadrature degne di un film da oscar che ci mostrano quel tormento in ogni sua faccia, e da ogni suo angolo.
poi lenta e crudele arriva la depressione, quel momento in cui comprendiamo la nostra inutilità, il fatto che nulla di ciò che siamo, che facciamo, che avremmo potuto o voluto fare avrebbe cambiato più di tanto quello cheè successo. e questo ci spinge ancora più giù, in un baratro di dolore che sembrava impossibile solo poche ore prima ma che ora si spalanca come senza fondo sotto di noi. è il momento in cui più niente passa per le nostre menti così stanche e provate dal dolore da essere cancellate, così piene di tutto quello che abbiamo provato sentito fino a quel momento da risultare come vuote.
le forze ci abbandonano definitivamente, qualsiasi gesto, desiderio, voglia, bisogno ci sembrano inutili, siamo automi in preda al vento del momento, siamo spinti più dall'abitudine che dal bisogno. ne sonno ne fame, ne sete ci scuotono, e nulla di ciò che abbiamo attorno riesce a scalfire lo scudo che ci racchiude.
si vive come in una palla di neve, il silenzio ed il buio come amici, mentre fuori il mondo ci pare così caotico ed inutile da ferici anche solo con la sua presenza.
le parole suonano troppo forti e troppo difficili da pronunciare, la bocca non vuole aprirsi e gli occhi vorrebbero chiudersi per sempre, perchè ogni volta che si riaprono si riaffacciano sul baratro di dolore in cui siamo sprofondati e nulla sembra poter lenire tutto ciò. nulla e nessuno.

alla fine ci stà la fase dell'accettazione. dovrebbe essere il momento in cui tutto ciò si affievolisce e si riesce a ritornare con la testa sopra il pelo dell'acqua in cui stavamo affogando. dovrebbe essere il momento in cui piano il dolore trova conforto, il senso di colpa scema, il ricordo si fa dolce e meno doloroso.
io non sono mai riuscita a conquistare quest'ultima base.
lo so, non vivo squassata dai singhiozzi ne mi sono ancora uccisa per fuggire al dolore. non provo più costantemente e continuamente quel dolore, ma non  perchè esso sia passato. in me ci sono delle porte, porte grosse, e robuste. porte per ogni persona ed animale che mi è venuto a mancare. sono porte che io ho chiuso ma che nulla mi assicura che rimangano tali, e che a volte io stessa riapro. e dietro è tutto intatto, come nel momento in cui con fatica e lacrime ho spinto fino a ciudere ognuna di quelle porte.
ed allora dietro ad una c'è l'ultima notte di mia nonna, in ospedale, con quell'ultimo mezzo respiro a cui non volevo cedere e che cercai di far proseguire scuotendo quel povero corpo fino a che la mia amica venne e mi allontanò dolcemente da lei, ce il dolore per non averle detto un ultima volta ti voglio bene, il suo viso scolpito nella mia mente mentre perdeva l'elasticità della vita e diventava una maschera di cera dono della morte. il buio delle corsie durante la notte, le poche parole dette al telefono ai miei genitori a casa per avvertirli che era andata via, ogni attimo che aveva preceduto quello, in quell'ultima settimana maledetta. ogni parola, sguardo, ogni attesa del medico con le nuove notizie.
dietro un'altra c'è l'ultima notte di Drago, il mio gatto, che per me era come un figlio, il suo corpo scosso dalle convulsioni di una malattia crudele ed inattesa, il suo sguardo di stupore e terrore che cercava in me rifugio. il rimorso per non aver aspettato prima di metterlo a dormire, nel non aver cercato ancora, oltre i mesi di sofferenze già provate, oltre i soldi spesi nelle cure più impensabili e ricercate, oltre i viaggi della speranza da un veterinario all'altro, oltre la gioia di un attimo per un suo guizzo dietro una palla per gioco dopo mesi di apatia sul letto. c'è il senso profondissimo di perdita, di vuoto che ha lasciato, come se improvvisamente accanto a me si fosse creato un buco nero che in se ha risucchiato tutto, ogni istante della strada nella notte che feci per andare dalla veterinaria con il suo corpicino abbandonato sul mio grembo, ogni urlo disperato che ho lanciato quella notte guidando di nuovo verso casa, ogni attimo passato in bianco, ogni sguardo di incomprensione e di compassione che mi rivolsero i colleghi quando chiesi dei giorni per andare a seppellire il mio piccolo. ogni lacrima pianta con il mio compagno stringendoci di fronte al suo corpicino diventato quasi una spelacchiata parodia di ciò che era in vita.
e ce ne sono altre. non sono molte grazie al cielo, ma sono li, minacciose, scure  pronte ad aprirsi in qualsiasi momento senza chiedermi permesso, magari nel cuore della notte quando improvvisamente mi sembra che non mi sia più possibile respirare e mi sveglio e le lascrime ricominciano a cadere esattamente come allora, e bruciando e solcando il viso con la stessa intensità, con lo stesso dolore e la stessa forza.
non so se qualcuno riesce a chiudere per sempre quelle porte, se qualcuno riesce a sfogliare solo l'album dei ricordi belli che appoggiano fuori, ma se ci riescono li invidio. perchè invece per me quelle porte sono come tagli nell'anima e da li il dolore fluisce identico alla prima volta, ed ogni volta il pensiero del perchè non io è li, presente e pronto a balzare di fronte ai miei occhi, anche solo perchè se fosse toccato a me il dolore che provo  scomparirebbe per sempre, ingoato dall'oblio del nulla. toccherebbe agli altri soffrire ma io a quel punto non ci sarei più e non dovrei più vivere con quelle porte che sono nello stesso tempo i miei più grandi amori ed i miei più grandi dolori.

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