giovedì 31 ottobre 2013

L'ipocrisia delle parole

sono veramente stanca dell'ipocrisia che stà invadendo la nostra nazione. non abbiamo più il coraggio di chiamare le cose con il loro nome,e cerchiamo di dargliene uno che suoni meglio, più nobile, più elevato come se chiamare la merda Alvo la facesse puzzare meno.
quando eravamo piccoli per strada gli spazzini pulivano i marciapiedi con le loro scope, svuotavano i contenitori dei rifiuti fischiettavano e salutavano noi ragazzi che andavamo a scuola se venivano salutati; i bidelli pulivano i pavimenti ed i bagni delle scuole, pulivano le aule che puzzavano sempre di disinfettante tranne quando qualche bidella di buon cuore comprava qualche detersivo profumato, riempivano le scuole di profumo di caffè che cucinavano nel loro stanzino dove accorrevano anche gli insegnanti di prima mattina, e alla ricreazione allora potevano ancora vendere le merende agli studenti, ed all'ITI di Grosseto il nostro bidello ci procurava dei panini al tonno che erano le sette meraviglie.

tutto era più semplice e schietto.
ma oggi no.
oggi gli operatori ecologici si occupano delle stesse cose di prima ma sono operatori ecologici, che poi di ecologico non so che abbiano, visto che spesso e volentieri sono i primi a fare un fricantò dello sporco stando ben poco accorti alla separazione dei tipi di rifiuti. come prima raccattano il pattume dalla strada, svuotano i secchioni vivendo in un mondo di puzza eterna, e sono certamente più sciatti e svogliati di un tempo, anche grazie alle nuove tecnologie, visto che spesso mi ritrovo a vedere le spazzine della mia zona abbracciate alla loro scopa mentre mandano messaggi a tutto spiano.
oggi i collaboratori scolastici, non puliscono più i bagni, non puliscono più le aule, non passano più il cencio per terra e certamente non possono più vendere le merendine ai bambini perchè a quel che mi viene detto non è più loro compito. almeno i bidelli erano utili. gli operatori scolastici a che servono oltre che a suonare la campanella ed a preparare il caffè, se almeno quello lo fanno ancora?
e tante altre cose hanno assunto un nome altisonante sperando forse così di nascondere una forma di disprezzo che era insita nel nome. oggi non esistono più gli andicappati. ci sono i diversamente abili, come se l'essere diversamente abile ti faccia diventare più intelligente, o ti faccia ricrescere un arto che ti manca o ti raddrizzi una schiena bifida.
io sono una invalida civile, a tutti gli effetti posso essere indicata come handicappata, non mentale, anche se mio marito forse potrebbe aver da ridire, ma fisicamente. non cammino bene, non riesco a stare dritta per più di un tot e devo camminare col bastone quando va bene e con le canadesi quando va male.
io camminavo e correvo prima, ed il fatto che oggi mi definiscano diversamente abile non significa che ho un modo diverso di camminare e di correre. faccio esattamente le stesse cose di prima tranne quelle che non posso più fare, non è che quelle le faccio in modo diverso, non le faccio e stop.
quindi non sono diversamente abile, al massimo sono solitamente inabile.
ci vergognamo delle parole, ma le parole non hanno colpe, non sono ne buone ne cattive, come le parole, come le armi, come i cani. dipende da chi le dice, da chi le impugna da chi li educa.
se mia madre parlando don la vicina dice di avere una figlia handicappata dice solo la verità: ha una figlia in cui delle funzioni hanno subito degli handicap funzionali che li inibiscono o ostacolano e lo dice con dispiacere, con amore, con quello che esprime una madre per una figlia.
se un ragazzo per la strada ridendo mi urla "brutta handicappata" mi offende e ferisce esattamente come se mi gridasse "guarda la diversamente abile", è solo che così suona scemo ma non meno doloroso perchè il concetto che c'è alle spalle è sempre lo stesso: tu sei malata e debole ed io posso deriderti perche tu sei inferiore a me.
le parole possono offendere anche quando sono infiocchetate e dipinte di rosa, ed anche quando sono espresse con tutta l'educazione del mondo.
la signora in ghingheri e piattini che allunga il sacchetto di cacca del cane dicendo"ei lei operatore ecologico, dove gli metto questa?" lo fa con lo stesso sussiego e la stessa superbia che se lo avesse chiamato spazzino e gli avesse tirato la sacchetta di escrementi sulla pala.,solo che agli occhi della società è più bello come modo di esprimersi è più... Politicaly Correct.
che schifo.

mercoledì 30 ottobre 2013

torniamo a parlare di prostituzione

in questi giorni mi sento di tornare a parlare di un argomento che ho trattato un po di tempo fa e che molti considerano tabù. intendo della prostituzione e delle case chiuse.
sembra che nei giorni passati si sia tornati a parlare della legge Merlin e che oggi come oggi non sia poi così compatta la schiera degli "ha fatto bene" che c'era una volta.
e ne sono veramente contenta.
perchè la prostituzione esiste ed esisterà sempre, perchè non è un male necessario ma a volte è una scelta fatta consapevolmente e decisa a prescindere del ceto o della famiglia.
prendo a spunto un programma che ho guardato proprio due giorni fa, era una puntata di forum o di uno dei suoi omologhi, non ricordo. quello che ricordo bene era il contenzioso che portavano in scena.
c'era una madre che chiedeva il divorzio dal marito che non accettava e non voleva perdonare ne comprendere la figlia che aveva coscientemente e deliberatamente scelto di fare la "escort".
perchè oggi non si dice più puttana, non fa scic, si dice escort.
lei voleva stare vicino alla figlia, aiutarla, comprenderla e spingerla a capire l'errore che stava facendo, mentre il padre voleva tagliare i ponti per far capire alla svergognata che cosa si prova a rimanere senza una famiglia. e pare che la famiglia fosse sempre andata daccordo, che la ragazza fosse cresciuta felice, tranquilla e sana, senza violenze subite e senza traumi.
ora: ma come puoi spiegare il suo grande errore ad una ragazza che, veramente bella come descrivevano tutti, da quando si è data alla vita per sua scelta cosciente come ha ribadito alla madre più di una volta, vive in uno splendido appartamento, ha i soldi per comprarsi i vestiti che più le piacciono, esce solo con macchinoni e con facoltosi gentiluonini di una certa età, ha gioielli, appuntamenti dall'estetista, le sere al night ed i giorni liberi a sua discrezione.
e tu le vuoi spiegare che vivere nella morigeratezza, con quel poco che ti può dare la famiglia, cioè un letto in una casa di studenti, con i vestitucci del paese e i soldi per l'università, (che se ti trovi un lavoretto è meglio però), è meglio della vita che stai conducendo perchè e decente ed accettata socialemente?
cavoli avessi il fisico andavo anche io a chiedere i contatti della tipa, magari mi presentava qualcuno.
e questo è un esempio, ma ce ne sono molti altri e vari.
a parte questo la prostituzione vive su molti piani. c'è la vecchia prostituta che batte il marciapiedi da una vita e che ci ha tirato su i figli, la giovane tossica che si vende per due soldi giusto per farsi una dose, le straniere che vengono costrette con il ricatto e le botte a vendersi al primo che passa per due soldi tanto è il numero che conta, ci sono le puttane d'alto bordo con la clientela scelta, le casalinghe pruriginose che per comprarsi qualche capo in più o per togliersi qualche voglia hanno la loro casa d'appuntamenti magari due volte a settimana, ci sono le orientali che promettono massaggi ed il massaggio lo fanno ma a muscoli specifici, ci sono i travestiti, i trans, gli omosessuali semplici, che soddisfano un'altro tipo di clientela, quella che ama il "ne carne e ne pesce", o quella che ama il pesce.
in tutto questo puttanaio, ci sono malattie sessuali trasmissibili, libere di girare come meglio credono, ci sono maltrattamenti, sopprusi, violenza, imposizione, rapimenti e sangue, ci sono libere scelte e determinazione, c'è droga, di tutti i tipi, alcool, bisogno e voglia, c'è chi si cura della salute e chi invece se ne frega perché si guadagna di più, o non può starci attenta perché se no son botte, c'è la ragazza che ci si mantiene agli studi e quella che si vende su internet.
c'è il tutto ed il contrario di tutto.
e ci sono i soldi.
tanti soldi che girano nelle tasche delle dirette interessate o dei delinquenti che le gestiscono, un giro di soldi tale che secondo me ci si risanerebbe un pezzettino del buco statale.
ed allora continuo a dire: ma perché non ci decidiamo a dare una regolata a questo puttanaio rendendolo ufficiale, e regolamentandolo? perché non fare in modo che le regole siano di aiuto allo stato ma soprattutto di aiuto alle professioniste del mestiere?

vuoi fare la prostituta? allora fai domanda di impiego in cui devi dimostrare la maggiore età, in cui si indaga per vedere che dietro ci sia solo il libero arbitrio e non la coercizione, ottieni un patentino sanitario in cui si attesta che sei sana e che sarai sottoposta a controllo ogni tre, sei mesi, puoi scegliere se lavorare a casa tua come libera professionista con una assicurazione sanitaria personale obbligatoria ed obbligo del rispetto delle regole mediche o in una struttura messa a disposizione dallo stato in cui puoi essere assunta, o magari affittare uno spazio, pulito, tenuto da personale responsabile e onesto, strutture dotate di medici che possono occuparsi delle dipendenti delle stesse, senza che loro si preoccupino di trovarsi un medico da sole; dotate di ambienti puliti, di bagni, di lenzuola sempre pulite,  di una struttura di sicurezza che difenda le prostitute dalle aggressioni e dalle estorsioni, di addetti alle pulizie ed al servizio dei locali. magari potrebbero esistere le case di tolleranza statali con l'assunzione di un tot di impiegate e delle case di tolleranza private che si occupano della struttura e della sicurezza sanitaria e fisica offendo in affitto le stanze alle dipendenti. potrebbero maturare una pensione che permetterebbe loro di non dover lavorare anche nell'anzianità, o potrebbero integrarla come facciamo tutti noi con una privata perché tanto la pensione oramai sarà una miseria per tutti. potrebbero avere prezzi calmierati, in modo che non siano costrette a svendersi per sopravvivere, e poi anche li ci sarebbero vari livelli di lusso, come del resto ci sono già ma in quel caso, la escort che guadagna  10.000 euro a serata pagherebbe le tasse su quei soldi come la giovane prostituta che lavora per 100 euro in struttura protetta solo che di mezzo non ci sarebbero rischi, violenza, coercizione, droga e soprattutto ci sarebbero dei posti di lavoro in più. strano vero?
la prostituta potrebbe essere a tutti gli  effetti un lavoro rispettabile come ce ne sono tanti, magari non amati ma comunque fatti da persone che per questo non sono meno rispettate. quanti dei lettori vorrebbero fare gli stagnini? o lavorare nei depuratori delle acque nere? o i becchini? o quelli che raccattano le carogne lungo le autostrade? o i derattizzatori? eppure sono lavori che vengono fatti e che hanno una loro dignità.
perché negarla alle prostitute che fanno oltre tutto un lavoro assolutamente socialmente utile? sono loro che danno consolazione agli anziani soli che ancora si sentono uomini ma che non hanno più nessuno che li voglia, sono loro che soddisfano i desideri dei giovani che vengono rifiutati dalle loro coetanee perché troppo brutti, troppo grassi, troppo strani per i raffinati gusti delle giovani veline che oramai vengono sfornate in catena di montaggio dalla società.
negando loro la dignità di un lavoro socialmente accettato non facciamo altro che renderle schiave di chi si vuole e può approfittare delle donne obbligandole a vendersi e prendendosi il ricavato con la violenza, apriamo la strada a chi si arroga il diritto di costringere chi non vuole farlo a prostituirsi per due soldi, lasciamo libero mercato anche alla droga perché quella è una strada aperta per chi si concede per due soldi agli angoli, senza protezione, senza sicurezza, senza pretendere nemmeno il velo di protezione offerto da un profilattico, l'unico rifugio che permette di fuggire da un mond che odia.
tutto quel sottomercato potrebbe venire perseguito con ferocia e distrutto perché la professione sarebbe sancita da regole e non sottoposta a ricatti e coercizioni. ed inoltre sarebbe tassata come ogni lavoro che viene fatto alla luce del sole, contribuirebbe al mantenimento dello stato e permetterebbe a "loro" di sentirsi integrate nel tessuto sociale.
donne italiane accettate da tutti a tutti gli effetti.

ma la spina dorsale oggi dove stà?

alcune cose mi stupiscono sempre.
i gay ci sono sempre stati. nella storia hanno assunto i nomi più disparati e la connotazione sociologica più disparata, dagli alievi prediletti del periodo greco e romano in cui erano considerati coloro che avrebbero aprreso il sapere dei loro maestri, ed unici depositari del vero amore perchè un uomo poteva amare carnalmente una donna ma solo con un altro uomo avrebbe trovato l'amore intellettuale e spirituale; al medioevo in cui sono stati perseguitati perchè il gesto della sodomia è inviso a Dio in quanto è contronatura e soprattuto è sprecare il seme che invece deve essere usato solo per dare frutto.
nei giorni della mia infanzia erano una condanna societaria che se ti capitava in famiglia cercavi di ignorare: froci, checche, femminielli, invertiti, culi, erano il marchio di infamia di una famiglia che si ritrovava additata alla stregua di asassini o di pervertiti.
oggi invece, anche se in maniera ancora piuttosto nebulosa e con qualche ricaduta nell'oltransismo omofobo, l'omossessualità è quasi ovunque accettata e considerata ne più e ne meno di qualunque altra forma di amore tra due persone. io personalmente penso che se una persona trova la felicità, la comprensione, l'amore in un'altra non importa di che sesso sia.
ma non è questa la questione in dibattito.
come dicevo prima nella mai infanzia e giovinezza un frocio, scusate ma allora si additavano così anche a scuola, era un reietto, lo si derideva, lo si usava per scherzi pesanti e per improperi pubblici, e poteva avere una sua minima rivalsa sociale solo se primeggiava in qualche campo. a Grosseto dove sono cresciuta, era famoso "quel frocio dell'Amerini" perchè era considerato un grande nome del
mondo della pittura e quindi il fatto che fosse palesemente gay vestendosi in maniera eccessiva e che si circondasse di suoi omologhi era tollerato e anche quasi usato come mezzo per mostrare l'apertura mentale di una città che altrimenti sarebbe stato poco più di un borgo campagnolo. ma come considerazione personale ne aveva poca più della Luisa, un povero ragazzo che per amore si era buttato dalle mura, spaccandosi la testa, con l'unico risultato di rimanere per tutta la vita ritardato e convinto di essere una ragazza, girando con improponibili vestitini e calzettoni, in ciabatte e con borsette, tutta roba che la gente di Grosseto gli regalava per buon cuore, salutandolo cordialmente per strada e facendogli i complimenti in maniera che almeno fosse felice. anzi forse la Luisa era giustificata perchè malato inguaribile.
comuque questa era la situazione degli omosessuali diciamo negli anno 60, 70 ed oltre.
questa apertura mentale, per cui una famiglia riesce a non piangere più a lutto alla scoperta di un figlio gay è cosa relativamente recente ed ancora non completamente entrata in tutte le case, ma oggi per lo più soccialmente sono accettati, vengono forse derisi, ma c'è anche una folta schiera di persone  pronte a difenderli, non vengono certo più additati per strada nemmeno quando si tengono per mano o quando si lasciano andare a fugaci effusioni. onestamente certe rappresentazioni stradali vicine all'acoppiamento che ho visto mi hanno schifato, ma devo dire la stessa cosa per coppie etero, considero una grave mancanza di rispetto verso gli altri e verso se stessi il lasciarsi andare ad effusioni spinte di fronte agli altri in pubblica piazza, se voglio vedere un filmino porno lo faccio in casa mia senza dar noia a nessun altro.
comunque, torniamo sulla riga che se no ci sono troppe cose che ci distraggono dal discorso principale che voglio fare.
quello che volevo dire è questo: perchè in un epoca in cui essere picchiati per strada era la norma, in cui gli sputi erano una manna perchè forse non sarebbero arrivati i cazzotti, in cui la derisione era sicura a palla e quindi considerata normale, in cui nessuna voce si sarebbe sollevata in loro favore, comè che in un periodo di persecuzione come erano i decenni passati gli omosessuali erano gente con le palle, che combatteva per essere accettata, che se scoperti dalla comunità comunque sopravvivevano alla propria infanzia bistrattata arrivando spesso ad una quieta vecchiaia in cui potevano comunque dire io sono rimasto coerente con quel che sono e sono sopravvissuto a quei bastardi, mentre oggi che questi ragazzi potrebbero rivolgersi agli insegnianti che li difendono, ai loro compagni ed amici che si schiererebbero in loro difesa, anche fisica se serve, in cui sono socialmente quasi appezati più degli etero tanto che ci sono ragazzi che attraversano un periodo di omosessualità più per moda che per vera spinta sessuale, comè che invece proprio oggi c'è questa incidenza di suicidi tra i giovani ed i meno giovani?
siamo proprio sicuri che sia tutto colpa del fatto che sono omosessuali e che si sentono perseguitati? non mi si venga a dire che nei tempi passati non si sapeva se si suicidava un omosessuale perchè si sentiva perseguitato. succedeva e si sapeva subito, magari non tramite informazione pubblica ma il passaparola sociale era infallibile.
 

"hai sentito che il gino si è sparato l'altro giorno?
 ma dai?!? e com'è?
 ma che un lo sai che l'era un culo? l'han pestato per strada anche du giorni prima, che faceva il porco all'angolo con quell'invertito del mauro e pare che un l'abbia presa bene bene perchè sta volta gli han spaccato i denti  sembra così faceva meglio i pompini ah ah ah e insomma s'è sparato.
 ma dai? avevo letto che gl'era di un problema di denaro e  che su padre un lo voleva più aiuta pe i debiti..
ma quali debiti che quello con le marchette tirava su più del su babbo operaio, no no il padre non  lo voleva pù vedere perchè era frocio."
 
 
questo era il tenore tipico di un discorso sul suicidio di un omosessuale nella mia giovinezza toscana, e lo si sarebbe sentito tranquillamente all'angolo della strada, senza paura di passare per uno ristretto di vedute.
eppure oggi sono tanti di più i giovani che si identificano come gay e che alla fine si suicidano per un bullismo scolastico che in confronto a quello che un qualsiasi nerd come me ha subito nella sua infanzia sembra la festa di san pancrazio. io che ero grassa e che leggevo molto ero trattata alla schiera di un cane ringhiante, ero derisa, ero presa per il culo ogni santo giorno della mia vita in cui entravo a scuola, ho addirittura ricevuto il battesimo di una cartella zeppa di libri in piena testa dal terzo piano della scuola che frequentavo, eppure non mi sono mai suicidata, magari ci ho anche pensato ma non l'ho fatto, e con me non l'hanno fatto la mia compagna di classe lunga come una giraffa, l'altra mia compagna grassa come una donna cannone, non l'ha fatto il tipo brufoloso della prina E ne il quattrocchi della quinta che andava in giro che pareva che una gallina avesse il nido sulla sua testa. non lo facevano quelli dell'agraria che chiamavamo zolle e usavamo per il lancio di bulloni, e nemmeno quelli dello scentifico che venivano salaccati di botte ogni volta che si faceva ginnastica al campo Zaoli.
insomma quello in definitiva che voglio dire è che vedo queste nuove generazioni, così deboli, incapaci di sopportare alcunchè si opponga alla loro strada, come se la fragilità che hanno dentro fosse diventata un cristallo esposto invece che un uovo custodito nel proprio interno. è come se non avessero ricevuto suffichente forza nella loro infanzia, che li possa aiutare ad affrontare il mondo, e questo li porta ad essere infranti al primo scontro che hanno.
ma il mondo è cattivo.
è cattivo per tutti ed è per questo che le famiglie ci devono preparare ad affrontare la giungla che c'è fuori dandoci la sicurezza dentro.
quello che appare ai miei occhi, invece, è una schiera di giovani a cui manca un cuscino di atterraggio dietro la schiena, come se non sapessero che comunque vada c'è un porto sicuro. e il porto sicuro non lo dà il genitore che scusa ogni suo capriccio. io se tornavo a casa con una nota ricevevo una strigliata tale che avrei preferito una bella sculacciata altro che prendersela con l'insegnante che non capisce, ma se qualcuno mi avesse fatto male, male veramente o mi avesse minacciato, non avrei nemmeno dovuto dirlo io a mia madre, non so come facesse ma sapeva sempre quello che mi succedeva durante la giornata, perchè lei sarebbe stata li per me, a consolarmi se ce ne fosse stato bisogno, a spronarmi in ogni caso, a darmi sicurezza. e di fronte al bullismo allora eri spinto a dimostrare che tu eri più intelligente e forte di quei deficenti che non avevano nulla di meglio da fare che prenderti in giro. eri spinto a rispondere, a resistere, a farti le ossa.
sapevo che in famiglia c'erano delle regole da rispettare, regole ferree che non avevano momenti di dimenticanza, ma sapevo anche che qualunque cosa avessi fatto, detto o pensato la mia famiglia, se avevo ragione, mi avrebbe supportato altrimenti mi avrebbe spiegato in cosa sbagliavo e mi avrebbe aiutato ad andare avanti: comunque mi avrebbe acettato per quella che ero.
forse è proprio per questo che io ho potuto superare tante difficoltà nella mia giovinezza e che oggi tanti giovani invece non ci riescono: non sentono di essere supportati a sufficenza ed appoggiati nelle loro scelte, non giustificati in ogni errore ma spinti verso il miglioramento.
ma qui si dovrebbe aprire un altro capitolo su come si devono educare i figli, ci vorrebbe ben più di un post, e mi spiace dirlo, ma io che non ho figli sono sicura di saperne molto di più di alcune che conosco e che i figli ce li hanno ma non sanno proprio educarli.
e qui chiudo.

mercoledì 14 agosto 2013

a volte se ne deve parlare, della morte.

spesso si parla della vita di come la si affronta e di come sia difficile. oggi io voglio parlare della morte, e di come sia difficile da affrontare, non pre quanto riguarda noi stessi, ma per quanto riguarda gli altri , la loro morte.
dicono che per poter elaborare la morte ci sano cinque diversi stadi da affrotare
la fase del rifiuto in cui non si può credere che la perdita sia imminente o che ci sia stata veramente, un momento in cui non si può concepire la propia vita da li in poi senza la presenza del soggetto mancante.
è una fase alterna che va dall'incredulità al dolore accecante, in cui non si riesce ad avere una netta visione di se e del mondo che ci circonda, folgorati come siamo da quella improvvisa mancanza di qualcosa che faceva parte integrante della nostra vita. ci prende una specie di inebetimento che ancora la reale forza della mancanza non ha lacerato, in cui ancora non siamo pienamente coscenti della realtà ed ineluttabilità della morte.
poi viene la fase della rabbia, in cui una folle ira ci travolge, qualcosa che brucia più della lava e che ci fa pensare anche cose molto crudeli come perchè è successo a te e non a lui/lei.
è qui che il dolore diventa ancora più feroce, rosso come il fuoco, in cui si mescola ad un'ira che potrebbe spaccare il nostro cuore a metà se solo potesse. ricordo ogni singolo momento che ho passato in questi due stadi per ogni singola morte che mi ha toccato profondamente, le lacrime scorrono bollenti e sembrano lasciare solchi sulla pelle, le urla escono senza contegno ne regola, lasciando senza fiato ne voce, mentre si maledice il mondo intero intorno a noi.
spesso in quei momenti mi sono chiesta perchè non io invece di... perchè il dolore è così forte, assoluto, annichilente che travolge, toglie il respiro e le forze, toglie lucidità e comprensione, toglie la voglia di vivere. ti scuote come un albero nella tempesta e ti lascia li, come gelato sotto un peso infinito.
superato questo momento il dolore non diminuisce ma si squarcia e ci lascia  a pensare al fatto che una vita rimane da viversi e che la si dovrà affrontare da soli, senza la spalla che avevavo accanto fino a poco prima. è la fase delle recriminazioni. la fase in cui ci si guarda attorno, sconvolti, increduli e ci si chiede come potremo andare avanti, con lo sgomento negli occhi, ci si chiede come potremo affrontare un giorno dopo l'altro con quel vuoto infinito, con quel dolore immenso, con quella fame d'aria che nulla soddisfa, con l'immagine di chi ci manca di fronte gli occhi in ogni attimo, e la sua mancanza che ci stritola il cuore. il momento in cui cominciamo a chiederci se avremmo potuto agire in maniera diversa, se sarebbe potuto esistere il mezzo per evitare tutto quel dolore, se abbiamo veramente dato tutto quello che potevamo per evitare quella morte. è il momento in cui ogni azione viene messa in discussione, viene analizzata e ritorta contro di noi, in cui ci incolpiamo di qualsiasi mancanza di qualsiasi stupida disattenzione.
ed allora a tutto il dolore provato fino a quel momento si unisce un insopportabile senso di colpa che ci sommerge e ci fa sentire infimi, perchè sappiamo, o si lo sappiamo, che se avessimo fatto qualcosa, qualsiasi cosa, anche se non sappiamo cosa, avremmo potuto evitare, ritardare o allontanare quel momento.
sembra in quei giorni dall'inizio di tutto cio in poi, che la testa scoppi ad ogni istante, il dolore oltre che morale si fa fisico, ci si insinua nelle ossa, nei muscoli, ci piega la schiena , ci taglia le gambe. ci rende flosci come bambole abbandonate da una parte, come un mucchio di foglie perse nel vento e dimenticate dal mondo.
ma noi non dimentichiamo, nulla viene cancellato dal nostro cervello che rivive momento per momento, attimo per attimo gli ultimi istanti con chi abbiamo perso, con una nitidezza crudele, con una lentezza mortale, ogni volta come se una lama lentamente affondasse nelle carni, ogni volta con una visione chiara, con inquadrature degne di un film da oscar che ci mostrano quel tormento in ogni sua faccia, e da ogni suo angolo.
poi lenta e crudele arriva la depressione, quel momento in cui comprendiamo la nostra inutilità, il fatto che nulla di ciò che siamo, che facciamo, che avremmo potuto o voluto fare avrebbe cambiato più di tanto quello cheè successo. e questo ci spinge ancora più giù, in un baratro di dolore che sembrava impossibile solo poche ore prima ma che ora si spalanca come senza fondo sotto di noi. è il momento in cui più niente passa per le nostre menti così stanche e provate dal dolore da essere cancellate, così piene di tutto quello che abbiamo provato sentito fino a quel momento da risultare come vuote.
le forze ci abbandonano definitivamente, qualsiasi gesto, desiderio, voglia, bisogno ci sembrano inutili, siamo automi in preda al vento del momento, siamo spinti più dall'abitudine che dal bisogno. ne sonno ne fame, ne sete ci scuotono, e nulla di ciò che abbiamo attorno riesce a scalfire lo scudo che ci racchiude.
si vive come in una palla di neve, il silenzio ed il buio come amici, mentre fuori il mondo ci pare così caotico ed inutile da ferici anche solo con la sua presenza.
le parole suonano troppo forti e troppo difficili da pronunciare, la bocca non vuole aprirsi e gli occhi vorrebbero chiudersi per sempre, perchè ogni volta che si riaprono si riaffacciano sul baratro di dolore in cui siamo sprofondati e nulla sembra poter lenire tutto ciò. nulla e nessuno.

alla fine ci stà la fase dell'accettazione. dovrebbe essere il momento in cui tutto ciò si affievolisce e si riesce a ritornare con la testa sopra il pelo dell'acqua in cui stavamo affogando. dovrebbe essere il momento in cui piano il dolore trova conforto, il senso di colpa scema, il ricordo si fa dolce e meno doloroso.
io non sono mai riuscita a conquistare quest'ultima base.
lo so, non vivo squassata dai singhiozzi ne mi sono ancora uccisa per fuggire al dolore. non provo più costantemente e continuamente quel dolore, ma non  perchè esso sia passato. in me ci sono delle porte, porte grosse, e robuste. porte per ogni persona ed animale che mi è venuto a mancare. sono porte che io ho chiuso ma che nulla mi assicura che rimangano tali, e che a volte io stessa riapro. e dietro è tutto intatto, come nel momento in cui con fatica e lacrime ho spinto fino a ciudere ognuna di quelle porte.
ed allora dietro ad una c'è l'ultima notte di mia nonna, in ospedale, con quell'ultimo mezzo respiro a cui non volevo cedere e che cercai di far proseguire scuotendo quel povero corpo fino a che la mia amica venne e mi allontanò dolcemente da lei, ce il dolore per non averle detto un ultima volta ti voglio bene, il suo viso scolpito nella mia mente mentre perdeva l'elasticità della vita e diventava una maschera di cera dono della morte. il buio delle corsie durante la notte, le poche parole dette al telefono ai miei genitori a casa per avvertirli che era andata via, ogni attimo che aveva preceduto quello, in quell'ultima settimana maledetta. ogni parola, sguardo, ogni attesa del medico con le nuove notizie.
dietro un'altra c'è l'ultima notte di Drago, il mio gatto, che per me era come un figlio, il suo corpo scosso dalle convulsioni di una malattia crudele ed inattesa, il suo sguardo di stupore e terrore che cercava in me rifugio. il rimorso per non aver aspettato prima di metterlo a dormire, nel non aver cercato ancora, oltre i mesi di sofferenze già provate, oltre i soldi spesi nelle cure più impensabili e ricercate, oltre i viaggi della speranza da un veterinario all'altro, oltre la gioia di un attimo per un suo guizzo dietro una palla per gioco dopo mesi di apatia sul letto. c'è il senso profondissimo di perdita, di vuoto che ha lasciato, come se improvvisamente accanto a me si fosse creato un buco nero che in se ha risucchiato tutto, ogni istante della strada nella notte che feci per andare dalla veterinaria con il suo corpicino abbandonato sul mio grembo, ogni urlo disperato che ho lanciato quella notte guidando di nuovo verso casa, ogni attimo passato in bianco, ogni sguardo di incomprensione e di compassione che mi rivolsero i colleghi quando chiesi dei giorni per andare a seppellire il mio piccolo. ogni lacrima pianta con il mio compagno stringendoci di fronte al suo corpicino diventato quasi una spelacchiata parodia di ciò che era in vita.
e ce ne sono altre. non sono molte grazie al cielo, ma sono li, minacciose, scure  pronte ad aprirsi in qualsiasi momento senza chiedermi permesso, magari nel cuore della notte quando improvvisamente mi sembra che non mi sia più possibile respirare e mi sveglio e le lascrime ricominciano a cadere esattamente come allora, e bruciando e solcando il viso con la stessa intensità, con lo stesso dolore e la stessa forza.
non so se qualcuno riesce a chiudere per sempre quelle porte, se qualcuno riesce a sfogliare solo l'album dei ricordi belli che appoggiano fuori, ma se ci riescono li invidio. perchè invece per me quelle porte sono come tagli nell'anima e da li il dolore fluisce identico alla prima volta, ed ogni volta il pensiero del perchè non io è li, presente e pronto a balzare di fronte ai miei occhi, anche solo perchè se fosse toccato a me il dolore che provo  scomparirebbe per sempre, ingoato dall'oblio del nulla. toccherebbe agli altri soffrire ma io a quel punto non ci sarei più e non dovrei più vivere con quelle porte che sono nello stesso tempo i miei più grandi amori ed i miei più grandi dolori.

martedì 30 luglio 2013

BUON COMPLEANNO

gli anni scivolano inesorabili e continui, a volte quasi invisibili, tanto che ti volti ed improvvisamente il giorno di ieri è lontano in modo doloroso. come polvere scivola impalpabile lontano lasciando come ricordi del suo passaggio solo quelli che si imprimono sul corpo segnando con ogni cicatrice, o ruga un suo ricordo pesante o piacevole che sia.
ed anche questo sarà un altro di quegli anni che si andrà ad ammucchiare sugli altri nella clessidra della vita, ma anche questo come molti di quelli già passati e come uno di quelli ancora a venire, ha alcuni giorni che risplendono tra gli altri come polveri d'oro. ed il giorno di oggi è il giorno del tuo compleanno, un giorno per me prezioso più dell'oro perché offrì alla vita chi dopo 29 anni avrebbe poi dedicato la sua vita a rendermi la donna più felice di questo mondo.
ogni giorno che passa, con i suoi problemi, i suoi disastri e le sue difficoltà, si illumina alla sera, anche se ora sempre più tardi, nel momento in cui le chiavi si intrufolano nella serratura, e la tua ombra si profila nell'uscio tra il buio dell'ingresso e la luce delle scale.
solo per la gioia che provo in quel momento, vedere la gioia che ti illumina guardandomi e guardando la nostra casa, i nostri animali, le nostre cose riunite nel piccolo nido che ci accoglie da anni e che non ci è mai stato stretto se non per dimensioni, solo per questo vale l'attesa di un altro anno e di un altro compleanno, in cui ringraziarti nuovamente della tua devozione, del tuo amore e del tuo sostegno.
probabilmente non riuscirai nemmeno a guardare queste mie parole perché oramai il lavoro ti ha rubato quasi completamente alla vita, lasciandoti così poco a disposizione, eppure quel poco lo dedichi a me ed alla nostra vita, e come posso io non essere grata a quel lontano giorno, a quella madre che ti mise al mondo e ti diede nome e nutrimento perché tu oggi sia qui e sia quello che sei.
spero che la tua vita sia bella come rendi bella mia, ed io in ogni giorno ringrazio questo e sai che nulla è cambiato tra noi da quel lontano giorno in cui festeggiammo il mio primo compleanno assieme, ancora non uniti ma già vicini in spirito come nessuno dei due aveva provato prima.
ti ringrazio per ogni ora che da allora è passata ed è solo cercando di ricambiare quello che tu fai per me ogni giorno che posso farti un dono all'altezza di ciò che meriti.
buon compleanno amore mio, con tutto l'amore che posso.

venerdì 26 luglio 2013

A PROPOSITO DEI NOSTRI AMICI ANIMALI

sono la felice padrona di tre gatti. tre adorabili pelosini neri, con dei caratteri assolutamente personali e dei fisici altrettanto personali. c'è la vecchia, una snella gattina di dieci anni, piccola di taglia e di peso, dal pelo nero finto, nel senso ce il sottopelo è bianco come quello del padre, un birmano. ha un carattere scostante ed esigente, ma se stai male guai a chi si avvicina,
poi c'è il maschio di famiglia, un torello di sei chili lungo e alto, un vero piccolo panterotto, dal carattere dolcissimo e stracoccolo, anche troppo per la verità, sono convinta che il suo sogno sia una mamma emiplegica, dalla vita in giù in modo da poter sfruttare la mia immobilità per farsi coccolare tutto il giorno.
infine c'è la piccola, per modo di dire. il suo nome sarebbe Sardil, ma in realtà oramai la chiamiamo tortellina, perché ha un fisico da caciocavallo ed una testa da cucciolotta. mangia come un cane, nel senso che spazzola tutte le ciotole, e poi si stende per far prendere aria alla sua abbondante collezione di tettine gonfie. se non fosse che è sterilizzata penserei che è incinta.
tutto questo intro per parlare delle loro cure mediche.
ogni volta che li devo portare a fare un controllo, e se le mie economie lo consentono lo faccio ogni sei mesi, è un patema d'animo. se tutto va bene e non ci sono analisi o accertamenti da fare il mio veterinario, che è onesto mi chiede 20 euro a testa, che fa 60 e non sono pochi. ma se qualcosa non lo convince o se i piccoli hanno qualcosa che non va, allora sono dolori. le analisi sembrano inviate a laboratori di ricerca n svizzera, ogni lastra sembra impressa su filigrana oro, e meno male che le punture le so fare da sola altrimenti era da fare harakiri con le siringhe.
ed io sono ancora fortunata, perché dato che i miei non escono non devo fare loro le vaccinazioni, sconsigliatemi dal mio stesso medico, ma quando avrò il cane, che ho deciso di prendere  prima o poi, le cose si complicheranno ed anche quelle rientreranno nella spesa annuale.
insomma va a finire che anche per tenere gli animali devi essere ricco altrimenti non te li puoi permettere.
ho visto molte petizioni, in giro, che ho firmato sia su change.it che su firmiamo.it, che propongono i farmaci generici anche per gli animali, che propongono il loro inserimento nello stato di famiglia in modo che paghino meno le indagini mediche ed altre petizioni del genere. allora mi è venuta un'idea.
perché non istituire anche il veterinario di famiglia? un po' come il nostro medico di famiglia per intenderci, passato dalla mutua ma che può agire solo in maniera limitata.
per intenderci, se ci fosse il veterinario di famiglia le visite periodiche per controllare che siano sempre in salute e nient'altro, potrebbe farle lui, come il curare un piccolo raffreddamento, una ferritina alla zampa o un pappafico nell'orecchia. se invece si presentassero problemi più gravi potrebbe esserci bisogno dello specialista ed allora si andrebbe dal veterinario a pagamento, anche se sarebbe bello un giorno ci fosse anche l'ospedale per animali dove trovi specialisti in tutti i campi riuniti in un unico grande stabile.
sarebbe lo specialista a fare indagini più approfondite per problemi gravi, lastre, ecografie ed interventi, così come per noi il medico di famiglia ci cura il raffreddore ma poi ci manda in ospedale per la broncopolmonite.
credo che non sia un'idea così balzana. molti veterinari che al momento non hanno lavoro lo troverebbero come veterinari di base, mentre gli specialisti potrebbero disporre di macchine migliori e capaci per le analisi più approfondite, così da portare avanti tecniche ancora poco usate come la trasfusione canina, o il trapianto di valvole cardiache sui cani, da mucca o da maiale.
spero veramente che la mia proposta trovi l'adesione di un po' di gente tanto che ha o deciso di lanciare una petizione rivolta alla Onorevole Brambilla, che si batte attivamente per il benessere degli animali e che magari avrebbe i mezzi e saprebbe le strade per portare avanti una proposta del genere.
la petizione la trovate qui
e spero che la vorrete firmare. è solo un primo passo e non è detto che porti da nessuna parte ma provare non nuoce non è vero?
besos.

martedì 18 giugno 2013

psicodramma

è tanto che non scrivo, persa nei miei personali mutamenti, nei problemi di tutti i giorni, nella rabbia che si accumula e che non trova uno sfogo. sono giorni, mesi, anni, di rincorrersi, di cercarsi e non riuscire a trovarsi.
cerco soprattutto, sempre un motivo nuovo che mi spinga ad andare avanti, una voglia, una spinta, qualcosa che giustifici il continuo arrancare verso un futuro che si prospetta anche più difficile dei quello che non sia il presente.
nuvole basse all'orizonte, non promettono pioggia ma densa afa ed io sono così stanca.
procedo un po senza bussola, andando dove mi spinge la brezza e sperando di procedere e non di tornare indietro.
oggi è anche caldo, quel caldo struggente, che ti entra nelle ossa e spreme ogni goccia di sudore dal tuo corpo.
non mi guardo spesso, non mi piaccio più, di nuovo. non riesco a stare con me, e non riesco a stare senza di me.
e non sembra che nessuno di quelli che dovrebbe abbia voglia di aiutarmi.
sono stanca di prendere medicine che dovrebbbero aiutarmi e che invece non mi sembra facciano nulla per migliorare il mio stato.
sono solo stanca, depressa ed arrabbiata.
o si quello soprattutto.
provo tanta rabbia, continuamente rabbia, odio a volte.
e contro tutto e tutti.
la rabbia mi cuoce a fuoco vivo, e mi consuma le energie. anche perchè brucia dentro, e non esce, perchè non cè un albero da bruciare, ma una foresta che mi blocca il passo.
ho voglia di acqua. di fresche onde che mi cullano e mi rilassano, che per un poco mi solleticano l'anima senza farmi pensare continuamente.
solo le onde, la spiaggia e il cielo.
nulla a cui pensare, nulla da dire, il silenzio del riposo.
ma qui il silenzio non esiste. anche le notti sono rumorose, piene di grida di suoni, di ingombrante presenza umana.
vorrei l'isolamento, vero, completo, non quello del carcere, che isola in mezzo a mille presenze che premono sulla tua coscienza.
voglio la solitudine, il silenzio del vento, kilomentri di nulla attorno a me, non sono pazza, non voglio la cruda sopravvivenza, voglio le comodità della civiltà, con il mondo alla portata di un clic, ma vorrei poter non fare quel clic ed essere nel vuoto solare, un'isola, una barca, una piattaforma abbandonata da ristrutturare.
un piccolo paradiso personale.
perchè tutto è legato al denaro? perchè la gioia dell'assoluamente soli si può avere solo con il peso dell'assolutamente ricchi?
la testa scoppia, domande, parole senza senso, idee senza capo ne coda, e dolore. un coctail esplosivo, provalo e poi mi dirai.
oggi ho il nulla, tra le mani, e nessuna voglia, se non dormire, o forse nemmeno quella.
avessi la forza e la tenacia giocherei, mi annullerei in un cybermondo di divertimento e di sfogo, potrei sparare, picchiare a morte qualcuno e mi sentirei comunque pulita perhè nessuna colpa mi macchierebbe. ma il caldo mi debilita, e dalle finestre di casa onde tremolanti di calore investono la stanza, senza lasciare speranza.
avanti miei prodi, oggi è un buon giorno per soffrire.

lunedì 7 gennaio 2013

L'ADDIO DI UN SOGNO: ALBERTO LISIERO

ci ho messo qualche giorno a metabolizzare la notizia, prima di poter dire qualcosa, prima di esprimermi.
molti anni fa, conobbi una persona, un ragazzo, allora, che fu per me molto importante perchè cambiò molte cose nella mia vita e con le sue azione diede il via ad altri cambiamenti che mi portarono a quella che sono oggi.
allora la mia passione per la fantascianza, cocente e desiderosa di comunione, era ancora tenura stretta nel mio cuoricino, non avendo sfogo alcuno.
poi scoprii lo Star Trek Italian Club, e da quel momento molte cose cambiarono, molte porte si aprirono e diedero sfogo ai miei desideri ed ai miei interesi.
il tutto si concretizzò un giorno, alla fiera Luccaconicx dove, passeggiando con il mio compagno di allora sentii un annuncio all'altoparlante in cui si richiedeva la presenza di Alberto Lisiero e Gabriella Cordone.
Alberto Lisiero lo conobbi così, saltandogli quasi al collo in un corridoio di luccacomix sotto lo sguardo bonario di Gabriella e quello imbarazzatissimo del mio compagno.
da li la nostra conoscenza proseguì, incontrandoci alle convention, sentendoci per telefono, o per lettera. una volta ho anche visitato casa Lisiero Cordone, dove il club intero veniva gestito da loro due, accolta da una grande gentilezza e da una giovialità infinita, da parte di un padrone di casa che pareva quasi un babbo natale eterno.
la creazione del club era opera di Alberto che lo portò avanti tra difficoltà e ostacoli vari fino a quello che è oggi, con il costante aiuto e sostegno di sua moglie Gabriella.
non sono mai stata una sua grande amica, troppo diversi i nostri impegni, troppo distanti tra di noi, troppo lontani i nostri caratteri, eppure eravamo amici, fratelli  nella passione, collaboratori se serviva, e la sua opera ha fatto molto nella mia vita, mi ha permesso di cambiare, di laciarmi alle spalle una vita che mi costringeva e di abbracciare uno stile di vita confacente a me. mi ha permesso di conoscere persone che avevano le mie stesse idee, i miei stessi hobby e i miei gusti. mi ha permesso di viver, per quattro giorni all'anno in una situazione favolosa, in cui giorno e notte si poteva discutere, ridere, parlare, confrontarsi, a volte traanquillamente a volte con energia e con violenza, ma enpre in amicizia.
per anni quegli  incontri furono una immersione tra amici che creavano una specie di stranissima famiglia in cui tutti eravamo legti gli uni agli altri, una occasione attesissima per cui si lavorava e si aspettava tutto l'anno; e questo sempre grazie all'azione sua e dei suoi collaboratori.
poi alcune cose cambiarono, l'amicizia non fu più al centro degli interessi di alcuni suoi collaboratori che lo convinsero ad intraprendere altre tsrade, queste divergenze ci allontanarono e il tempo rese la divisione più acida e pesante.
ma nel mio cuore sapevo e so che a quell'uomo dovevo molto che aveva fatot tanto per me, era stato importante per molto tempo prima che le nostre divergenze mi spigessero a volare via dal nido ed a trovare altrove quello che li non trovavo più.
il 2 di gennaio di queto anno, alle 4 di mattina quest'uomo è morto, un infarto lo ha stroncato improvvisamente, senza un avvertimento, senza il tempo di fare o dire nulla.
ed io ho pianto amare e copiose lacrime per la sua perdita assieme ad altre centinaia di persone, che lo conoscevano, che sapevano di dovergli tanto, che, come me, forse speravano che ci fosse il tempo, nel futuro di un riavvicinamento, di una riapertura dei dialogli. invece di tempo non ce n'è più e non ce ne sarà più.
anche se c'era stata della ruggine tra noi, anche se non era stato bello il modo in cui ci eravamo allontanati da lui, credo che ci amncherà, a tutti, per quello che rappresentava, per quello  che era, per quello che aveva fatto.
venerdi 4 c'è stata la cerimonia, in cui lui era vestito da ammiraglio della flotta, perchè quella era stata la sua vita, il club, sempre e soprattutto, e chi è andato a rendergli omaggio lo ha fatto nella stessa maniera, perchè così era il modo in cui ci vedevamo nelle convention di un tempo, quando ci si conosceva tutti e si voleva solo stare tra noi per quattro giorni, in costume come bambini forse, ma altrettanto felici, e con la comvinzione nel cuore che qello era ciò che amavamo e volevamo.

Addio Albero, sai che non credo in un aldilà, ma se ci fosse, ti auguro di viaggiare su di un'astronve e di vivere mille avventure.




Alberto Lisiero (13/08/1964 – 02/01/2013)




17 Novembre giornata internazionale del Gatto Nero