mercoledì 25 gennaio 2012

ancora sul lavoro

leggevo dello scandalo sollevato dalle affermazioni del vice ministro Michel Martone. pare che sollecitare i ragazzi a darsi una mossa, a studiare o a lasciare l'università e trovarsi un lavoro sia una cosa che non si fa. povero vice ministro che magari pensava fosse giusto. non sa che qui da noi, andare all'università per dieci dodici anni, rifiutare il 28 perché non è un 30 e rifare l'esame magari otto volte per ottenere quel voto è considerato da bravi studenti. non sanno che affrontare il mondo del lavoro dopo aver buttato dieci dodici anni all'università per uscire con il magna cum laude, e pretendere di fare quello e solo quello per cui si è studiato è la regola e che i genitori sono ben orgogliosi di questi loro pargoli allevati a pane nutella e speranze infrante dei propri genitori che vogliono per loro una vita migliore.

questa convinzione, tutta italiana, per cui i giovani che pascolano per casa ancora a quaranta anni senza un lavoro, vivendo magari ancora della paghetta e che i genitori giustificano perché in fondo in casa sono utili, e poverini non è che non vogliono lavorare, è che proprio non trovano quello che fa per loro,e poi è meglio che stiano in casa piuttosto che in giro per le strade, con quello che si sente oggi.

questo andazzo è veramente allucinante perché alla fine giustifica un atteggiamento disfattista e svogliato da parte di questa futura generazione che sempre meno sente il bisogno di farsi una vita propria di mantenersi e rendersi indipendente.

parlo vi assicuro per esperienza personale. ho amici che a quarant'anni non lavorano e non studiano, vivono in casa, ben felici di farlo, resistenti ad ogni sollecito che li spinga verso una distacco che oramai non considerano più fisiologico.

ho altri amici che hanno messo una vita a laurearsi ( e sono svariati quindi non sentitevi accusati in prima persona) e che una volta ottenuto il tanto agognato pezzo di carta aspettano che il lavoro che piombi addosso per divina provvidenza senza nemmeno immaginare nel frattempo di fare altri lavori che comunque poterebbero soldi alle tasche asfittiche di genitori che però di fronte all'idea che il loro gioiello magari si stanche in qualche impegno non alla sua altezza inorridiscono.

continuo a pensare che ci sia qualcosa che non va.

la mia esperienza personale, che ho già raccontato e che quindi non sto a ripetere era una cosa normale un tempo, e non sto parlando di duecento anni fa ma di venti trenta anni fa, quando i genitori ti buttavano fuori di casa se vedevano che avevi intenzione di fare il nulla facente vita natural durante.

non ci negavano lo studio ma lo studio non era una zona di parcheggio: dopo un paio di anni di inattività o di insuccessi ci si poneva il problema se quella era la strada giusta o no.

ed io sono una privilegiata: mia madre quando provai a dire che avrei voluto interrompere gli studi per cercarmi un lavoro si oppose con tutte le sue forze e mi fece studiare a tutti i costi. ma voleva risultati e se vedeva che andavo male non dava la colpa agli insegnanti ma mi cercava degli aiuti, mi aiutava lei se poteva, mi spronava ad impegnarmi se non vedeva impegno da parte mia.

lo studio era importante, ma era anche un lusso che mi veniva concesso con grande sacrificio e che voleva essere ripagato con dei risultati.

ed alla fine dell'iter, non si aspettava che il lavoro arrivasse dal cielo: tutti facevamo tutto qualunque cosa, dal cucire pantaloni al lavorare saltuariamente al mercato se si trovava, ci si offriva per decorare vetrine, per pulire pavimenti, per fare giardini, qualunque lavoro era onesto e retribuito, quindi era ben accetto.

oggi ho sentito io, con queste inorridite orecchie rispondere ad un padre che offriva al figlio nulla facente un lavoro da cinquanta euro al giorno sono nei festivi " ma no! io il fine settimana me riposo, che devo lavorà proprio in quei giorni??" ed alla richiesta, molto dimessa e timida del padre, sul riposarsi di che visto che non lavorava rispondere con tono sfottente " me devo riposà e basta, che voi me devo diverti io no? dallo a quarcun arto stò lavoro a me non interessa, mica me vojo rovinà r'fine settimana".

voi direte di non fare di tutt'erba un fascio ma io comincio a pensare che la gramigna oramai supera il fieno, e sono tanti quelli che la pensano come quel giovane.

giuro che se non fossi stata immobilizzata dal dolore su una sedia a rotelle quel giorno avrei chiesto io quel lavoro e quando ho riferito la cosa a LUI anche lui ha detto che se lo avesse trovato lo avrebbe accettato comunque il lavoro.

lunedì 16 gennaio 2012

oggi proprio no

non va. non va proprio.

se fossi un grafico in questo momento si dovrebbero aggiungere fogli in basso per disegnare il mio indice di morale.

i dolori, nonosstante il quantitativo industriale di medicine che ingurgito è sempre presenre ed a volte invalidante in maniera seria, il mal di testa va e viene, a volte forte a volte leggero come un velo che sfiora il mio cervello e gli ricodra che è li e tanto tornerà.

le mia nani hanno dei dolori paurosi che mi impediscono di fare molre cose.

e su tutto la stanchezza. una coperta pesante, avvolgente di soono che mi chiude gli occhi, appesantische le membra ed i pensieri.

la mia dislessia gioisce della cosa ed i mei ditini battono quasi a caso sulla tastiera, fortuna che è facile cancellare gli errori, almeno quando non vi si incrociano gli occhi e rischiate di perdere ad ogni secondo.

dovrei riscuotermi, farmi forza, andare avanti, essere una donna roeistente, fare su le mie cose ed andare avanti, in maniera oiù o meno metafisica.

il problema è che non ho le energie per farlo. mentre scrivo queste parole lotto conr il sonno che mi schidue gli occhi e mi da una sensazione di vuoto dento e mi pare di esservi risucchiata. ho anche i crampi alle dita,

no, questa volta non va.

venerdì 13 gennaio 2012

ricordi

ieri sono stata a pare il bollo della macchina. purtroppo l'agenzia dell'aci si trova sulla tuscolana, in un posto dove parcheggi non se ne trovano, quindi sono dovuta andare a piedi. la distanza non è tantissima, meno di un chilometro ma devo dire che con la mia velocità ci metto veramente una vita a fare quella distanza. al rientro sono andata dritta per via Genzano, sperando di accorciare un poco le distanze che per me sono veramente pesanti.
mentre lentamente me ne andavo sul marciapiede, ho alzato la testa dal pavimento, dove la sera guardo abbastanza fisso per evitare di prendermi storte o di cadere, e mi sono guardata attorno.
ed improvvisamente, per pochi secondi tutto è cambiato.
ho visto quella strada di giorno, in un assolato e soffocante quindici di agosto, verso la stessa ora, ma con il sole ancora alto nel cielo.
la strada è quasi deserta, nessuno in giro in una città soffocata dalla morsa del calore. chi poteva se ne è andato al mare a passare la giornata peggiore dell'estate.
dall'altra parte della strada c'è una donna. alta e grassa quanto me, vestita di un vestito estivo che si muove leggero nel calore dell'asfalto,
la donna cammina spedita, ha il passo leggero ed il viso sorridente, un portamento tranquillo e sicuro. porta i capelli lunghi legati in una coda alta sulla nuca che si diverte a far ondeggiare a passo con il cammino. suda, si vede il lucido delle gocce che le rotolano per le braccia, ed i capelli incollati sulla nuca, ma questo non incrina il sorriso con cui avanza.
sta andando verso arco di travertino e so che sta andando a comprare due kebab ai felafen, uno per se ed uno per il suo compagno che, impigrito dal calore, ha mandato lei a comprare la cena.
ma è festa, lei sta andando a comprarla e pensa a quando sarà di nuovo a casa accanto a lui per passare una bella serata assieme.
quel pensiero le accentua l sorriso e le fa accelerare il passo, che ora è una marcia veloce.
quella donna sono io.
sono io quasi cinque anni fa.
o meglio ero io.
perché di quella donna oggi cosa è rimasto? se quella donna potesse ora girare lo sguardo e guardare me, questa me, questa donna che procede stentatamente sulla strada attenta alle piccole disconnessioni del terreno, che fa passi piccoli e dolorosi appoggiandosi pesantemente sul suo bastone da passeggio, con il viso tirato per il dolore, con il corpo quasi avvolto su se stesso per la stanchezza.
se quella donna potesse guardare me si riconoscerebbe? vedrebbe qualcosa di se in me?
se ci si mettesse vicine potremmo essere anche solo scambiate per sorelle? o mii sono persa così tanto di me da non aver più niente di quella ragazza di allora?
mi sento come se parte di me oramai fosse relegato in quella figura del passato. come se mi fosse stata rubata una parte della mia anima per perderla nel tempo lasciandomi più povera, più vuota, più triste.

17 Novembre giornata internazionale del Gatto Nero