giovedì 26 maggio 2011

la montagna


a volte ci sono giorni in cui ti pare il momento di fermarsi a guardarsi attorno, di prendere un momento di fiato e fare un punto della situazione.
allora ti togli lo zaino dalle spalle, lo appoggi a terra, ti siedi su una pietra li vicino, e fai spaziare lo sguardo attorno, valutando.
laggiù in lontananza, dove quasi non arriva lo sguardo si vede una bella valle, coperta di fresca erba che ondeggia placida alla brezza della prima mattina, pare quasi di sentire il profumo di quell'erba e di quei fiori, profumo di nuovo e di attesa, di speranze e di sogni. poco dopo iniziano le colline, dolci pendenze fasciate di grassa erba, quasi più rigogliosa di quella della valle, più forte e decisa. sono colline piccole ma che si susseguono una all'altra e che vanno crescendo avvicinandosi a noi.
sono lontane ma non cosi tanto ora e le ultime propaggini di quella pGiustificapiccola catena sono alte, alcune brulle, altre coperte di piccoli boschetti, gruppi compatti di alberi che in alcuni punti creano un intreccio in cui il sole fatica ad entrare, colline più alte ed imponenti, che ci portano una sensazione di serietà, di impegno, un'inizio di stanchezza, quasi di spossatezza.
guardo con tenerezza quelle curve, quello che da qua appare come una passeggiata ma che affrontato sembra un impervio e lungo cammino.
tra quelle dolci pendenze ed il fianco della montagna un bosco, scuro pesante, una presenza viva e minacciosa, che si abbarbica su per il fianco della montagna, stingendosi alle nude rocce, affondando affamate radici nella terra sempre più brulla e scura.
la parete si fa impervia, feroce, ma ancora da qua si vedono i passaggi, i punti di sosta, le cordate ed gli anfratti per dormire. un viaggio duro e pesante, ma affrontabile, che ha condotto fino a qui.
è questo il momento in cui stanchi alziamo la testa ed osserviamo quello che ci aspetta.
le nuvole sono fitte e nascondono allo sguardo le peggiori asperità ma qualcosa si intuisce, qualcosa spunta, ed il cuore trema di fronte a tanta asprezza.
le rocce, grigie e nere, sono aguzze e feriscono con le loro asperità taglienti e affilate. non si vede una strada, un viottolo, un appiglio facile da affrontare; solo una parete sopra e cruda, con pochi appigli, con pochi spuntoni che promettono ben poco aiuto nella salita. corde, chiodi, ausili di ogni genere appesantiscono uno zaino che era partito leggero e quasi vuoto.
allungo la mano, riafferro quel carico che mi piega e mi affatica quanto il viaggio, e lo carico in spalla, mi alzo con difficoltà e ricomincio nella mattina un nuovo viaggio una nuova salita, sperando di giungere nella nottata ad un uovo punto di sosta.
stringo le bende che mi coprono le ferite di ieri, e mi attendo nuove ferite, nuove cadute e nuove botte prima di sera, sperando di non arrivare in condizioni troppo disperate.
so che giungerò alla sera distrutta dal dolore, che cercherò di recuperare le poche forze fino al giorno dopo, e che poi mi caricherò di nuovo della mia fatica ed affronterò una nuova scalata come ogni giorno.
spesso salgo perché ci sono altri a spingermi, perché a volte il bosco si infittisce anche a queste altezze, e rende difficile la vista del sole e di una qualsiasi meta, all'orizzonte.
la domanda è: quanta forza ci vuole per continuare a salire? e soprattutto perché continuare a salire?

lunedì 16 maggio 2011

si cambia

ed eccomi al primo giorno del nuovo lavoro.


un cambio epocale, dalla sala operatoria all'ufficio, se così vogliamo chiamarlo, e due volte alla settimana, di pomeriggio in ambulatorio.


signori i presento arlecchino, servo di due padroni.


non so nemmeno io se esse4re contenta della nuova sistematone, o se averne una visione tragicomica: mi ritrovo a non fare quasi nulla per tutte le mie mattinate, confinata in uno spazio dove l'unica cosa che posso dire mia, più o meno, è la scrivania, di cui non ho nemmeno le chiavi e che quindi non posso usare per riporre cose private, o almeno una penna sperando che non la rubino.


per il resto passo le mie giornate con un viavai di persone che entrano e si mettono a studiare nella stanza, che sarebbe una specie di grosso auditorio con alcune scrivanie all'ingresso. leggo il giornale, leggo i libri che mi porto, passo il tempo su pc quando il pc è libero visto che anche quello è di chiunque entri.


da una parte non posso lamentarmi, non mi stresso, non mi stanco; dall'altra mi sento al quanto inutile persa lassù, senza impegni.


se non altro in questo periodo in cui sono alla ricerca di casa, posso fare le telefonate che mi servono alle agenzie immobiliari per trovarmi finalmente casa, ma per il resto sono qui che non so manco che fare.


il pomeriggio in ambulatorio invece almeno qualcosa di utile lo posso anche fare, però anche qui c'è una strabordanza di gente che si lamenta per il quantitativo di lavoro che c'è ma io sono qui che da sola non so dove battere la testa visto che non ho nulla da fare, la gente se n'è andata e tra poco chiudo l'ambulatorio.




che vita da nulla facente che sto a fà!!!

pioggia



stanotte ha piovuto. una pioggia tipo monsone, forte impetuosa, violenta.

è stato bellissimo addormentarsi con quel suono che annullava la città nella purezza dello scroscio, come se con la sua violenza purgasse la città dai suoi veleni, anche sonori.

bello farsi cullare dal sonoro battere delle gocce sull'asfalto, dal sordo brontolio di un cielo cupo, dall'assordante urlo del tuono.

bello pensare che al di la di quella assordante cortina d'acua il mondo possa essere sparito per una notte, annullato, scomparso o semplicemente zittito dallo schiaffo sonoro di pioggia dato dal cielo.

quando ero più giovane a casa mia, nella solitudine della campagna, e mi capitava di essere a casa, sola, durante queste tempeste monsoniche non poche volte correvo fuori, sotto la pioggia, a far si che le violente sferzate dell'acqua, i gelo che istillavano nella mia pelle purgassero anche me oltre che il mondo con la loro purezza e violenza.

rimanevo sotto quella pioggia gelata, sferzata dal vento, fino a quando non sentivo più la pelle dal gelo, per poi tornarmene esaltata dall'esperienza in casa, col fiato corto, ad avvolgermi in asciugamani calde ed a guardare persa, quell'acqua che scorreva violenta fuori dalla finestra, desiderando di avere la forza di continuare a rimanere li sotto, esposta alla sua furia.

oggi non posso più, per l'età, per gli acciacchi e perché vivo in una città che non potrebbe capire, ma adoro ancora sentire quella furia scatenarsi fuori dall ama finestra e mi manca quella sensazione di esaltazione che provavo correndo fuori bagnandomi completamente, come in un battesimo del cielo.



come mi sentivo viva allora!!!!

martedì 10 maggio 2011

una volta...

una volta scrivevo. scrivevo tanto, veramente tantissimo. scrivevo racconti, poesie, appunti, scrivevo su fogli, quaderni carta straccia, un volta ho scritto persino sulla carta igienica, ma assorbe troppo inchiostro.
ero affetta da grafomania, e se stavo troppo tempo senza scrivere mi veniva male.
forse avevo molto più da dire di quanto non abbia oggi? non credo sia così.
forse avevo più tempo, più voglia, più disposizione. non lo so.
forse urlavo il mio disagio attraverso quei fogli visto che a voce se potevo non urlavo mai. forse proprio quel mio essere sempre contenuta, sempre abbastanza sotto controllo facevano si che da qualche parte dovesse uscire tutto quello che avevo dentro, e forse quei fogli erano la soma cosa che si frapponesse tra me e il baratro, il grande nulla nero che mi ha sempre accompagnato nella mia vita, e che solo negli ultimi anni non pare così vicino da inghiottirmi in pochi istanti.
e forse è proprio questo: oggi posso essere me stessa, tirare fuori il mio disagio con gli altri, non devo più affogare nel silenzio e quindi forse tutto il richiamo di quelle pagine non lo sento più.
però mi manca.
sento che in me ci sono storie che vorrebbero uscire, ma non riesco più ad avere quella costanza e quella urgenza che sentivo prima, quindi lascio che le poche pagine che premevano per uscire si riversino sulle pagine e poi le abbandono a se stesse, tranne che poi guardarle con rammarico e rimpianto.
eppure proprio oggi ho tanto da raccontare, proprio ora la mia vita è carica di esperienze che allora non avevo.

17 Novembre giornata internazionale del Gatto Nero