lunedì 21 aprile 2008

ULISSE GIRATO AL POLICLINICO

Sabato sera hanno trasmesso la prima puntata della nuova serie di Ulisse.
Il programma di Alberto Angela mi piace parecchio di solito, ma quello dell'altro ieri aveva una valenza un poco speciale per me. Per girare parte delle scene che si vedevano sono venuti da noi, nelle nostre sale operatorie, un sabato di questo inverno, e hanno fatto un poco di riprese, sia del luogo, che della attrezzatura, e noi siamo stati li a guardare mentre facevano tutto ciò.
E' stato divertente vedere il lavoro che svolgevano, e anche fare una parte delle riprese che poi hanno integrato, riprese fatte durante gli interventi.
Poi la cosa si è fermata e siamo stati in attesa di avere informazioni ma il tempo è passato. sino ad oggi.
Eccoci a sabato sera. Il programma è stato bello, interessante e soprattutto coinvolgente anche per chi non aveva nulla a che fare con il mio lavoro. Odo, il mio orso, era tutto emozionato, guardandolo, e mi continuava a chiedere se quello era il posto dove lavoravo, se quelli erano i macchinari che usavo, e a quel punto mi sono resa conto di una cosa.
Il mio lavoro visto attraverso gli occhi di un'altro è ancora pieno di significato, assume di nuovo un lavoro che una volta anche io gli davo.
soprattutto la frase finale che mi ha detto con una certa ammirazione mi ha fatto pensare: tu salvi le vite.
Ed è vero: io salvo le vite; non da sola, non in toto, ma è vero, io collaboro con la mia equipe a salvare le vite, vite di gente che entra in sala senza sapere cosa dovrà affrontare, che si affida a noi con fiducia, e che spera di rivedere il giorno dopo. e noi gli salviamo le vite.
E' un pensiero strano, che a volte tendo a dimenticare, che passa in secondo piano, annegato dai problemi stupidi e ignobili che affrontiamo ogni giorno, problemi di denaro, di stress, di orario, di reperibilità, di stanchezza, e altri mille e mille problemi che alla fine ci avvelenano la vita.
Ma in fondo se volessimo sentirci meglio, dovremmo pensare questa semplice verità che il mio adorato orso ha detto in due parole: io salvo le vite.
Ti ringrazio orsacchiotto mio, perché mi hai dato per un poco una nuova voglia.

giovedì 17 aprile 2008

lunga e diritta correva la strada...

ieri ho letto il blog di un amico e mi ha fatto pensare.
parlava della maleducazione dei pedoni che non viene assolutamente scoperta da tutti i tanti censori della guida spericolata, mentre anche quella è una piaga non da poco.
sono assolutamente daccordo con questa sua opinione, ma ho molto altro che mi ribolle dentro e che mi fa arrabbiare ogni volta che prendo la macchina, o che cammino per strada.
io sono stata educata alla guida da un maestro molto duro, mio padre, che non mi ha permesso di assumere quella che lui chiamava la guida da donna, cioè quella guida indolente, che non rispetta nessuna norma e che in fondo è basata sulla incapacità assoluta, sia di guida che di conoscenza della macchina. ed ora mi trovo in un mondo che lavora così male.
provo così a citare alcune cose per vedere quante posso negarne.

Articolo 143 "I veicoli devono circolare sulla parte destra della carreggiata e in prossimità' del margine destro della medesima, anche quando la strada e' libera....Quando una strada e' divisa in due carreggiate separate, si deve percorrere quella di destra; quando e' divisa in tre carreggiate separate, si deve percorrere quella di destra o quella centrale, salvo diversa segnalazione."
allora perché maledizione la gente deve assolutamente viaggiare al centro della carreggiata o delle carreggiate, se sono più di una, e questo anche se si tratta di un motorino, con sommo disinteresse di chi viaggia dietro e magari avrebbe anche tutti i diritti di superare, visto che magari le corsie sono due.

sempre stesso articolo "Tuttavia i conducenti, qualunque sia l'intensità' del traffico, possono impegnare la corsia più' opportuna in relazione alla direzione che essi intendono prendere alla successiva intersezione, i conducenti stessi non possono peraltro cambiare corsia se non per predisporsi a svoltare a destra o a sinistra, o per ferma regolano queste manovre, ovvero per effettuare la manovra dl sorpasso che in tale ipotesi e' consentita anche a destra."
allora perché se una persona deve girare a destra si può stare sicuri che comunque viaggerà nella corsia di sinistra fino alla fine, tagliando quindi il traffico al completo, con somma gioia di chi viene dopo che suona, smadonna, si incazza, e si agita ed alla fine ha uno stress addosso da infarto.

articolo 145 "Quando due veicoli stanno per impegnare una intersezione, ovvero laddove le loro traiettorie stiano comunque per intersecarsi, si ha l'obbligo di dare la precedenza a chi proviene da destra, salvo diversa segnalazione."
e qui siamo in pieno delirio. c'è da chiedersi se siamo molti gli italiani affetti da allochiria, cioè dall'incapacità di distinguere la destra dalla sinistra. certo è che agli incroci passa chi ha la faccia più cattiva, chi ignora gli altri, evitando di guardarsi attorno e andando dritto per la sua strada e chi comunque ha poco interesse per il veicolo su cui viaggia.

stesso articolo "I conducenti sono tenuti a fermarsi in corrispondenza della striscia di arresto, prima di immettersi nella intersezione, quando sia cosi' stabilito dall'autorità' competente ai sensi dell'art. 37 e la prescrizione sia resa nota con apposito segnale."
qui è fantascienza allo stato uro. anche i semafori non vengono considerati uno stop troppo serio da rispettare,m figurarsi una semplice striscia per terra. no, via, un poco di serietà. a meno che non ci sia la telecamera, ed anche in quei casi mica sempre, i semafori si rispettano fino a che passano macchine dall'altra parte ed anche in quel caso ci si può infilare di straforo tra una e l'altra, e gli stop sono per gli sfigati, che vuoi che sia.

alla fine mi annoio anche a elencare tutti i problemi che incontro per la strada: posteggi in doppia, o tripla fila, che impediscono il passaggio di pullman e a volte anche di macchine, gente che supera a destra a sinistra e se potesse anche passando sopra la macchina stessa, passaggi pedonali su cui è bello posteggiare, discese per inabili assolutamente ignorate, o posteggi direttamente sul marciapiede, rispetto per chiunque, ridotto allo zero, e da parte di chiunque.
oramai veramente siamo alla anarchia totale per le strade, tanto che c'è da aver paura di guidare anche per le persone che sanno farlo.

lunedì 14 aprile 2008

mi ricordo montagne verdi.... e bici blu

due in un giorno solo: cavolo mi sto portando avanti con il lavoro?
non so e non mi pronuncio, comunque avevo voglia di rievocare un piccolo ricordo che si è acceso nella mia anima e che si è fermato li, piccolo e caldo, come una piccola stella nel mio cuore.
so tratta di una bicicletta, una semplice bicicletta.
si deve risalire indietro di tanto, tanto tempo: io ancora ero alle elementari e ricordo questa splendida bicicletta, di quelle che si dicevano "da cross", tutta blu, con la sella lunga in pelle nera e il poggia spalle di metallo dietro.
aveva il cambio con un enorme pomolo messo a metà della sbarra centrale, grossi pedali con i catarifrangenti, pomoli per impugnare il manubrio in plastica nera, con le frangine lunghe e nere, e un clacson di quelli a peretta al posto del campanello.
era all'interno di un negozio ed io la desideravo tantissimo, ma i miei non me la volevano comprare, quindi io decisi di mettere da parte la mia paghetta per comprarmela.
io so, in coscienza, che i soldi per comprarla non avrei potuto farli nemmeno raggiungendo la maturità, ma allora ero convinta che l gruzzolo che ero riuscita a mettere da parte era sufficiente e un giorno andai assieme a mia madre a comprarla.
non ricordo il giorno in cui lo feci, ma ricordo perfettamente i giorni in cui quella bicicletta mi tenne compagnia.
se ci penso mi ricordo uno strano sentimento, come di infinita libertà, mentre mi aggiravo nei pigri pomeriggi estivi per le vuote strade di Marina di Grosseto, al suolo delle cicale, ipnotico e sonnolento, mentre giravo per le pinete o passavo vicina alla spiaggia.
ho fatto molte cose nella mia infanzia, ed alcune le ricordo con piacere, con amore, o con dolore, ma questa cosa in particolare ha una valenza strana, particolare.
è la sensazione di libertà che sentivo, come se in sella alla mia bici da cross io potessi essere una piccola easy rider, una piccola vagabonda del mondo, con solo l'orizzonte a fermarmi e con la libertà nei piedi.
non mi sono mai allontanata più di tanto da casa, anche con quella bicicletta, al massimo passavo dall'altra parte del fossino, e giravo per la zona "povera" di Marina, ma non era importante la strada che consumavo, quanto la sensazione che mi dava il farlo.
il piacere di essere sola con me stessa in sella a quella bicicletta, la sensazione che se non andavo lontano era solo perché io non volevo farlo, perché in quel momento nessuno mi avrebbe potuto fermare.
quando ero molto piccola ero fuggita di casa, si fa per dire, andandomene lungo la spiaggia, avrò avuto due anni, con il cane che mi faceva da guardia.
non ero nuova quindi alle fughe, ma questa cosa era diversa.
era una fuga interiore, una fuga in cui nessuno poteva fermarmi, perché era dentro di me che sentivo quella libertà infinita, quel potere nelle mie mani, che io decidevo di non usare.
non lo so perché proprio oggi mi è venuta in mente questa cosa, questo ricordo che mi è fiorito nel cuore improvviso e folgorante.
ma e li, come se in il cuore impazzito avesse, con la sua bizzarria, fatto rotolare una pietra via da questa cosa, una piccola breccia aperta in un muro infinito da cui questo ricordo è fuggito.
non lo avevo dimenticato: ricordavo la bicicletta e la sua storia, erano le sensazioni che non avevo mai rivissuto con tanta forza, con tanta presenza.
e mi ha fatto piacere.

io non so parlar ...

Non amo parlare di politica. ho delle idee ma non sono capace di supportarle con dati, fatti, date e riferimenti, durante una discussione, quindi inevitabilmente finisco per passare per una idiota. quindi non parlo di politica.
il problema è che a volte vorrei parlarne, quindi, per non fare la figura meschina, mi attacco a quelle cose che so e che ricordo, e ne parlo a livello teorico e con una definizione al quanto ampia, senza schieramenti di sorta e senza colori.
in quel caso riesco a parlarne, anche perché se ne parlo come di un entità di pensiero riesco ad avere riferimenti e fatti da portare a sostegno della mia tesi.
quindi, per la prima volta ne parlo anche qui. e ne parlo oggi, giorno ennesimo della politica italiana, in cui ci dovrebbe essere una svolta che tanto non ci sarà, proprio perché sono convinta che non ci sarà, e non perché non vincerà la destra o non vincerà la sinistra, ma perché chiunque vinca sarà esattamente la stessa cosa.
andando a cercare nel dizionario si scopre che secondo un'antica definizione scolastica, la politica è l'Arte di governare le società. Il termine, di derivazione greca (da POLIS "πολις", città), si applica tanto alla attività di coloro che si trovano a governare (per scelta popolare in democrazia, o per altre ragioni in altri sistemi), quanto al confronto ideale finalizzato all'accesso all'attività di governo o di opposizione.
quindi si evince che la politica dovrebbe essere la voce della democrazia, ma a questo punto si deve vedere cosa sia la democrazia, visto che sempre meno ce se ne rende conto.
Il termine democrazia deriva dal greco δήμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): significa governo del popolo.
quindi tirando le somme si capisce da tutto questo che la politica dovrebbe essere la voce del popolo che si dovrebbe governare da solo, decidendo cosa è meglio per se e agendo come un unico organismo.
allora quando è stato che il popolo tutto ha perso la sua capacità di ragionamento e l'ha delegata completamente ad altri? e soprattutto: in che momento questi altri hanno deciso che meglio che rappresentare la voce del popolo era rappresentare la propria voce ed il proprio interesse?
magari dapprima era stata solo una piccola parte del proprio impegno quella dedicata al semplice guadagno, ma piano piano, dato che nessuno protestava questa piccola parte si è allargata ed oggi si può tranquillamente dire che la politica è un ottimo modo per fare soldi senza spendere troppa fatica, basta avere abbastanza pelo sullo stomaco e poco interesse per il prossimo.
al giorno d'oggi il politico tipo ha uno stipendio fisso, rimborsi che coprono percorsi anche immaginari, il parrucchiere, massaggiatore, bar, e sarto, direttamente sul posto di lavoro, ha camere di hotel al di fuori di Montecitorio pronte ad accogliere le sue stanche membra, autisti fissi in macchine di lusso, in attesa che lui decida di andare, dove, come e in quanto tempo.
ha posti prenotati in aereo, e rimborsi sui biglietti, che magari nemmeno compra.
se fa campagna elettorale ha fondi di rimborso che coprono le spese del suo partito per 5 anni, coprendo la somma spesa per almeno cinque volte, e se la rifà solo due anni dopo, i rimborsi sono due e si vanno a sovrapporre.
certo, non parlo del piccolo consigliere comunale che sta scalando la montagna per giungere a questo paradiso, no, parlo di chi la vetta l'ha già raggiunta, ma non sono certo pochi i fortunati che si spartiscono il bottino.
e noi, oramai abbiamo solo la forza di stare quaggiù a guardare ed a lamentarci per questo.
ma oramai da tanto abbiamo rinunciato ad avere in mano le redini del nostro governo: lo abbiamo delegato, ogni volta che non siamo stati a votare ad una elezione, ogni volta che abbiamo pensato ad un referendum che in fondo non contava molto che si votasse o meno, ogni volta che siamo stati zitti di fronte ad un politico che diceva cose che a noi sembravano storte.
perché la politica è questa: alzarsi e dire la propria.
quando qualcuno ci dice che l'Italia non va poi così male perché abbiamo abbastanza oro nelle casse da sovvenzionare una guerra, gli si dovrebbe dire di andarlo a dire ai vecchietti che di fronte a casa mia frugano nella frutta marcia per trovare qualcosa che sia ancora buono per la giornata.
o di dirlo alla comunità europea a cui si deve pagare il copyright per ogni euro stampato perché non è più una moneta nazionale e quindi il nostro oro vale solo fino a che sta nelle nostre casse.
o a chi lavora da venti anno con lo stesso stipendio, cambiato alla pari con l'euro e si ritrova con un potere d'acquisto che se fosse solo dimezzato ringrazierebbe.
o a chi paga un affitto che gli porta via la pelle perché non ha nulla per poter dare la caparra e non avrà mai una casa sua avendo pagato per tutta la vita la casa di qualcun'altro.
e di esempi così potrei farne ancora migliaia, ma tanto chi dice cose some quelle ho non sa o non vuole sapere.
quindi torniamocene nel nostro guscio e smettiamo di parlare di politica.
tanto non so parlarne e non mi ricordo i riferimenti, le date ed i fatti.

sabato 12 aprile 2008

un cuore matto....

ha ricominciato. pensavo che la cosa si fosse risolta, che non ci sarebbero stati altri colpi di testa, ed invece ha ricominciato.
mercoledì notte mi hanno chiamato per una urgenza in ospedale: dissezione, quindi di corsa.
sono arrivata ed ho cominciato a montare le apparecchiature, e quando ho finito, mentre aspettavo, mi sono ritrovata che l'aria che entrava nei miei polmoni era troppo poca, che il liquido nel mio corpo era sempre meno. riarsa e affannata mi sono misurata la frequenza ed eccoli li: 135 battiti al minuto, un galoppo lanciato ma che ha avuto tempo di migliorare.
il medico anestesista quando mi ha tastato il polso mi ha portato fuori e mi ha steso sulla brandina, che magari in altre situazioni poteva anche essere una cosa intrigante, ma in quel momento, con la mascherina che mi sembrava un velo di piombo tra me e il respiro non è che mi abbia fatto pensare ad altro che AIUTO.
quando mi ha auscultato di nuovo il galoppo si era tramutato in una corsa pazza: 160 di frequenza, e l'aria che non voleva saperne di entrare, e i polmoni che mi facevano male, il collo che mi faceva male, il cuore che cercava di uscire attraverso l'uscita più vicina, cioè la bocca, ed io che ingoiavo per tenerlo a posto.
è stata la mezzora più stancante dell'ultimo anno, se si può dire, una mezzora in cui la mia paura maggiore era... no erano due. la prima era quella di dovermi fare di nuovo defibrillare, e non mi sarebbe assolutamente piaciuto, nono.
la seconda, come dirlo a Odo, come comunicargli che ero di nuovo in ospedale, che mi dovevano di nuovo defibrillare, che avevo di nuovo un cuore matto....
poi il medico, con pressioni degne di un pranoterapeuta sollevatore di pesi, in un dieci minuti buoni di pressioni sui gangli nervosi del collo, tutti e due, e ripetutamente, è riuscito a farmi tornare ad un trotto normale, un bel 90 al minuto, con tutti i suoi perché e percome, ed io mi sono ritrovata nello stesso tempo stanca come se avessi corso la mille miglia a piedi e con la vescica piena come una zampogna ( dicono sia normale: alla fine di una fibrillazione il rene festeggia!!!)
ed eccomi di nuovo qui, di nuovo con la mezza pasticchina due volte al giorno, di nuovo con l'affanno ogni tanto, ma lui, il MUSCOLO, che non riesce a ripartire veloce che i farmaci lo tengono al guinzaglio, per andare dove poi mica l'ho capito.
e che devo fare io se non subire questo obbligo della medicina? e ti sei ricordata la pasticchetta? e il polase? e le vitamine? e oggi lo hai preso il ferro?
ho letto proprio da poco un post di un ragazzo che si chiedeva quando ha smesso di vivere secondo il Carpe Diem, quando ha smesso di succhiare il midollo della vita e si è accontentato degli avanzi. ed a volte mi chiedo quando mai io mi sono spinta ad assaggiare il midollo della vita, quando ho vissuto cogliendo l'attimo, se l'ho mai fatto, quando io abbia azzannato altro che i quarti posteriori di una vita troppo veloce e troppo sfuggente.
mi sento e mi sono sempre così sentita inchiodata nel fondo da non riuscire a pensare a quando in realtà io abbia cercato di librarmi alta nel cielo.
che sia questo che vuole il mio cuore? che la sua non sia una folle corsa, ma un frullare d'ali di chi vorrebbe riuscire a volare via? a volte ho la tentazione di lasciarlo andare, di vedere fin dove si spinge, se non fosse che volando via si lascerebbe certo dietro la zavorra....

martedì 8 aprile 2008

lasciando la coscienza per un pò

nuova settimana di lavoro, nuove turbe che attanagliano le anime, nuove malattia che mi passano di fronte e che mi lasciano oramai sommessamente indifferente: come fare altrimenti a sopravvivere alle giornate che si susseguono ogni giorno uguali a se stese?
la mattinata si trascina lenta e dolente, chiusi nel loculo con le finestre oscurate, in ascolto delle voci di corridoio che commentano le circolari che girano per le stanze: chi dice che da ora in poi saremo costretti a portare il certificato anche solo per un giorno di malattia, no io ho sentito da due in poi, ma tanto a me la visita legale viene sempre quindi la cosa mi tange molto poco. altra voce che fa tremare le vene ai polsi di alcuni colleghi è che si debba assolutamente, senza defezione, timbrare la mattina alle sette, non sono ammessi scivolamenti di orario dalle otto alle due, mi raccomando. gente che prima delle otto non sporge il senso si sente morire, ma forse è solo per gli aziendali, nono, sembra che sia così per tutti.
e le ore passano, noi qui, in attesa che il paziente si sappia se si può chiamare o no, perché ancora le prove crociate per il sangue non sono state fatte, quindi se ci vuole il sangue, e ci vuole il sangue, si deve fare prima le prove.
alle nove mi chiedono se voglio qualcosa dal bar e mi faccio prendere un tramezzino e una coca, almeno la pancia piena mi rende più socievole.
ma in fono a me non importa nulla, sono qui, di fronte allo schermo, che navigo attonita, di fronte al tempo della mia vita che butto in lente ore in questa stanza.
lo sguardo si sforza attraverso i vetri oscurati delle finestre di capire che tempo mi aspetterà tra... tre ore? si tra tre ore dovrei uscire e vedere il cielo; forse piove, o forse no, ma non importa, appena supero la porta d'ingresso di solito mi si allarga il cuore e respiro meglio.
oggi devo anche accompagnare mia suocera dal commercialista, poi devo mettere su il pane e poi mi sa che mi faccio anche un riposino.
ho da fare anche il cambio per revisionare il guardaroba.
tutto questo passa nella mente e sono le nove e quaranta quando squilla il telefono per avvertire che il paziente può essere chiamato.
alleluia, il signore ha parlato.
nulla cambia, la mia collega che pisola sulla panca si limita a coprirsi meglio, l'altro si gira sulla brandina, tanto prima che arrivi qui ci vorrà almeno un'altra mezz'ora quindi perché agitarsi?
anche io non mi scompongo, continuino a digitare tranquilla, tanto nulla cambia in questo immobilismo, e se faremo tardi sarà di sicuro colpa nostra, o degli infermieri, o degli anestesisti... la colpa viene sempre scaricata su questo posto di bassa manovalanza quindi perché prendersela calda??
ora le figure che passano lontane dalle finestre, oltre il cancello hanno l'ombrello aperto, ed io per un momento immagino il gelo delle gocce sul viso mentre cammino senza copertura, immagino il vento leggero che raffredda e porta via il tepore primaverile che iniziava ad arrivare.
entrano le prime persone nella stanza, gli anestesisti che cominciano a giungere per il paziente e che comunque sono interessati ad altro; come noi sono anestetizzati, come noi oramai si muovono lenti, in questa sensazione di lentezza e di sonnolenza che avvolge tutto e tutti.
il tempo passa, sono oramai le dieci ed ancora non è giunto il paziente, ma tanto il collega deve pensare a rimettere a posto il portatile di uno degli anestesisti, mentre l'altra, quella che si accartocciava sulla panca si è spostata sulla brandina lasciata libera.
tra poco dovrebbe riscendere anche la capa, che è andata a portare i documenti di presenza un'oretta fa circa, o forse le pieghe dimensionali di questa struttura elefantiaca ad obsoleta alla fine hanno ingoiato anche lei; tra qualche giorno si avvieranno le ricerche e ne troveranno il cadavere essiccato come fossero passati dei secoli in qualche soffitta, o giù, nell'ipogeo, come lo chiamano quelli acculturati, i tunnel dell'orrore, come li chiamiamo noi che ci passavamo ogni giorno per venire al lavoro.
anzi, loro: io cerco sempre di passare fuori, la sensazione di libertà che mi dà l'aria aperta val bene un poco d'acqua o quei cinque minuti in più che co vogliono per raggiungere la metro.
il tempo passa, lento ma inesorabile. se sono le dieci ed il paziente dovrebbe arrivare ora, forse, prima delle undici, undici e mezza non sarà in sala, tra una cosa e l'altra. poi prepari passi i tubi attendi il drappeggio e di nuovo in attesa mentre isolano la mammaria.
il collega del pomeriggio sarà contento, non si annoierà.
sono le dieci e un quarto, poi oggi non tocca nemmeno a me stare in sala quindi non c'è proprio nulla che mi turba.
si credo che passerò il pomeriggio a giocare a lo tengo lo butto, per vedere cosa rimarrà del mio guardaroba sempre più minimalista e sempre più in attesa di nuovi capi.
potrei anche tagliare i nuovi calzoni, se mi gira, o almeno il modello, ora ci penso, tanto ho la mattinata per farlo.
ancora due ore e tre quarti prima di uscite, si contano anche i minuti da queste parti.
mi voglio comprare il portatile nuovo, così da dare il mio vecchio a Odo, ma sarà tra un poco la cosa, prima troppe variabili sono in ballo, troppi problemi si possono frapporre al nostro benessere in vista delle future elezioni.
odo dipende in maniera molto più concreta di altri dal loro andamento: vedremo cosa ci riserva il futuro.
mi ha anche scritto il ragazzo con cui mi devo scontrare: lui e i suoi nani del caos sono pronti in qualunque giorno della settimana, ma io? e le mie Micette? ci devo pensare. soprattutto devo vedere quando posso portarmi anche Lui, che se è al lavoro fino a a tardi salta tutto.
trambusto fuori dalla porta: forse è giunto Gozer il Gozeriano, Gozer il Distruggitore, o forse è finalmente arrivato il paziente e devo fare la cartella.
deve aver smesso di piovere, la gente passa di nuovo senza ombrello.
rientriamo nel mondo va, che forse ogni tanto un'occhiata non fa male.
ci sentiamo alla prossima.

lunedì 7 aprile 2008

I love shopping!! (con misura)


oggi ho voglia di parlare di shopping.
si una di quelle cose che portano via soldi e tempo ma che a volte sono così soddisfacenti che se ne ha proprio voglia.
in questi giorni, grazie ad un arrivo inaspettato di fondi provenienti da mancati pagamenti precedenti (vedi rinnovo contrattuale e arretrati) mi sono potuta concedere qualche piccola follia, cose da poco, ma che comunque mi hanno dato una certa soddisfazione.
mi sono quindi rivolta d uno dei miei posti preferiti per la spesa inutile ma soddisfacente, che poi inutile non è mai completamente: parlo dell'IKEA.
mi aggiro come una drogata per quei piccoli ambienti ricostruiti, sperando un giorno di avere lo spazio e il denaro per comprare quel tavolo, quei pensili, quell'armadio, quel divano, quel letto.
cammino lenta guardandomi attorno ed assaporando il piacere complesso che provo ogni volta che posso allungare la mano ed afferrare quell'oggettino che mi piace e che oggi mi posso e mi voglio concedere.
si tratta di un piacere sottile, quasi peccaminoso, farcito di quel tanto di senso di colpa che ti fa dire fino all'ultimo "ma mi serve veramente?" "ma ne posso fare a meno?"
eppure continui con passo lento e rilassato, stringendo a te il fagotto con le tue cose, guardandole ogni tanto per decidere se sono tutte li o se qualcosa si può aggiungere o mettere giù.
e mentre nella parte superiore questo discorso è molto limitato, essendoci in vendita soprattutto mobili su cui puoi pensare e di cui puoi discutere, nel piano inferiore la tentazione è ad ogni angolo, nelle posateria da cucina in acciaio lucide ed invitanti, nei bicchieri dalle tante fogge, nei piatti di coccio o di vetro colorato che ti ammaliano.
e i vasi in vetro o i porta putpurri in rafia, le lavagnette adesive, le cassettiere piccole in legno, gli accessori da cucina, da bagno, i reggilibri, persino i sassi di vetro colorato ed iridescente o le lampade dalle forme più disparate.
un continuo imput ad afferrare e portare a casa a cui cedere, anche se raramente e con misura, da una sensazione di strano benessere peccaminoso.
ti continui a ripetere che quell'oggettino è così bello, a te serve assolutamente ed in fondo costa così poco... che in fondo non c'è niente di male ad aggiungerlo alla lista dei piccoli peccati che stai compiendo oggi.
ed alla fine mi sono ritrovata ad aver speso un centinaio di euro, in cose che sicuro mi sono servite in casa, o mi serviranno, ma che altrettanto sicuramente non erano indispensabili.
ma volete mettere la soddisfazione di giungere a casa ed assemblare la nuova cassettierina mini che ha tutte le vitine ed i chiodini pronti ad essere inseriti nei punti appositi già predisposti con il trapano dagli ingegneri progettatori, o di montare l'ultimo contenitore in stoffe.
ma non soddisfatte di tanta goduria, ecco che io e la mia psiche malata, qualche giorno dopo, un sabato caldo ma ventoso, in cui il progetto di passeggiata pomeridiana con Odo è andato a ramengo, mentre dobbiamo andare a fare spese alimentari per la casa, passiamo di fronte all'ingrosso di stoffe di capannelle, e come resistere al richiamo irresistibile del fruscio di quelle sete e quei rasi, a prezzi inferiori al solito, se non addirittura in offerta.
ed allora si esce anche da li con il proprio acquisto stretto al petto, con già il disegno di un paio di pantaloni, o di una gonna, o al massimo una giacca, che con quel colore è così estiva...
e poi sulla trada ecco EXPERT, la casa delle meraviglie di Ciampino, dove un DVD può costare anche 4 euro, o dove un CD musicale originale, di quell'artista che ami, può costare anche 9,90 se sei fortunato.
un giretto, mica compro nulla, e per una volta sono anche riuscita a resistere all'impulso che mi faceva avvinghiare a quel mp3 che riproduceva anche video in mpeg a soli 39 della AKAi.
a volte devo cedere a questi momenti di irrefrenabile desiderio, sono costretta dal mio stesso DNA per poi passare i successivi mesi in astinenza ed affogata nei miei banali e noiosi sensi di colpa, ma a volte riesco a trovare l'escamotage giusto, che mi permette di lenire un poco la sofferenza come questa volta:
ho anche fatto un paio di regalini, quindi non ho buttato i soldi solo per me!!!!!

giovedì 3 aprile 2008

luci ed ombre

avete presente quei giorni che cominciano bene, con un bel sorriso sulla faccia, quei giorni in cui anche gli acciacchi si possono quasi lasciare da una parte, tanto ci sono e chissene, quelle giornate in cui anche il cielo ti accompagna, con un cielo limpido ed un sole caldo, una di quelle belle giornate in cui il sorriso ti spunta spontaneo sul viso, come un fiore a cui non puoi dire di no.
belle giornate vero?
e come è che si finisce sul letto, a carezzare la grossa e coccolosa capocciona del Merlino che ci ronfetta accanto, sentendo i miagolii della piccola che si aggira e la tristezza che ci inonda come un fiume in piena??
eppure giuro, nemmeno il dentista era riuscito a rendere meno brillante il sole, o meno limpido il cielo.
no, è bastata la visita da Stefano, quell'uomo può donare la disperazione in pochi minuti, una abilità quasi magica.
ma non è colpa sua infondo, sono io che quando tiro fuori quello che ho dentro alla fin fine non trovo mai nulla di particolarmente notevole da vedere, altrimenti non si spiega la costante sensazione di nero che mi avvolge ogni volta dopo una visita.
eppure oggi fino a quasi la fine non era andata poi così male, avevamo solo parlato della mia propensione ad attaccarmi agli amici in una maniera che ha molto del materno, come se in quel mio avvolgere gli altri di affetto ci fosse un tentativo di essere importante per loro essendo loro importanti per me, un prendere da loro la forza di superare la mia fragilità dando in cambio affetto e attenzione, e cibo, perché no.
ma alla fine, non so nemmeno io cosa è successo, o forse lo so, abbiamo cominciato ad analizzare il perchè io accusi spesso acciacchi in concomitanza del giorno delle visite, e perchè volgia andare agli appuntamenti ma nello stesso tempo non ci voglia andare. io ho avuto paura che quel muro, che stiamo cercando di abbattere per riuscire a cambiare nel profondo quello che di me non funziona, non si sia nemmeno incrinato, ma lui mi ha detto che si trattadella paura di aver paura: ho paura, o meglio una parte di me ha paura del cambiamento, ha paura di scoprire che quello che ho combattuto per quarant'anni solo per mantenere il castello di carte in piedi, in realtà vada abbattuto, o meglio ristrutturato, per rendere l'ambiente più salubre, sicuramente, ma io sono terrorizzata dai cambiamenti.
a volte mi pare che non si faccia un solo passo avanti, ma anche oggi lui mi ha detto che sto andando bene, che ho fatto tanta strada e tanta ancora ne sto facendo...
Merlino pretende attenzione, e mi prende a capocciate, perché mi concentro sulla tastiera e non gli do attenzione.
fuori il tempo è cambiato con il mio umore, il cielo si è coperto, il vento soffia freddo e il buio sembra calare ancora più veloce, mentre io sono qui che scrivo stesa sul letto, ed aspetto il rientro a casa di Odo, anestetizzata dal tubo catodico. ed io spero che sia vero, ma mi chiedo perchè ora mi sento così abbatuta e malinconica, come se fosse andato male qualcosa, come se ci fosse qualcosa che non funziona, o che mi manca...
che dire, spero che la strada in effetti stia consumandosi sotto i miei piedi, anche se io non mi accorgo di camminare.
mi dedico al lavoro di mamma gatta e vi saluto.

mercoledì 2 aprile 2008

E' passato molto tempo, ed oggi ho voglia di parlare delle pesti infernali che mi popolano casa. quelle tre canaglie, pronte a dividere con me il letto, che io ci sia o che non ci sia, che pretendono cibo, la mattina, appena alzata, quando ancora non mi ricordo nemmeno a che ceppo animale appartengo, che appena mi siedo mi si precipitano attorno a riempirmi di capocciate protestando a gran voce se non li coccolo perché questo è il mio solo ed unico compito in casa e possibile che non mi decida a compierlo?
I tre essere sono entrati nella mia vita, piano, lentamente, in maniera sorniona ed a volte menzogniera.
La prima che sia entrata in casa è stata Morgana, anche se quando lei è arrivata la casa era già di proprietà di Drago, uno splendido gattone rosso di cui ero follemente innamorata e che mi ha lasciato solo dopo tre anni di convivenza: ma quella è un'altra storia.
Morgana è frutto del mio desiderio di cuccolosità che ogni tanto coglie quando sono con le difese immunitarie abbassate.
Volevo un cucciolino che girasse per casa e che riempisse le stanze (due) della gioiosa presenza cucciolosa. Per questo prendemmo contatti con una signora la cui gatta aveva da poco figliato e che aveva tra i cuccioli giusta giusta una femminuccia che non aveva ancora casa.
Arrivammo alla fine dell'estate a portare la piccola a casa, oramai già una piccola di due mesi, che ci guardava senza troppo interesse dal cestino in cui risiedeva, unica, con la sua coda torta di natura, con due nodi che la fanno diventare una elica ogni volta che scodinzola, due fanali tondi e gialli piantati nel tuo viso come a giudicarti e uno sguardo eternamente imbronciato.
Giunse a casa, quando ancora stavo a Pisa, dopo un viaggio in cestino, sulla mano di Odo, accoccolata ed addormentata, come se quella fosse la sua casa e non ci fossero nemmeno dubbi su questo.
Sembrava una gatta così bella, che quando giunse a casa non ci credevamo quasi che avesse un carattere così isterico: di cuccioloso aveva ben poco, si aggirava con un portamento regale e con sguardo valutativo, guardando in tralice Drago che la osservava e guardava noi, come a chiederci se quella cosa sarebbe rimasta per molto o no. Di corse per casa, giochi o divertimenti, lei ce ne ha concessi pochi: seria e posata, è più una vecchina burbera che una gattina giocosa, e lo è sempre stata d quando ha messo zampa in casa. E a distanza di sei anni non è che peggiorata: è una gatta assolutamente grintosa, ma anche insopportabile, sempre arrabbiata, sempre pronta a picchiare i due fratelli quando le capitano a portata di zampa, ringhiante ad ogni piè sospinto.
A volte ringhia persino a me, quando si accomoda sul mio fianco e io compio l'impensabile gesto di muovermi per cambiare posizione, ma in quel caso di solito diviene una gatta volante, con tutti i miei più cari auguri.
Una delle sue peculiarità, specie quando era più giovane, era di mettersi sul davanzale della finestra, di notte, e con la luce del lampione della strada, si dipingeva nel buio la siluette del vendicatore mascherato su cui, improvvisi, si aprivano due fanali gialli e luminosi che potevano anche spaventare, se non eri preparato!!!

Dopo di lei giunse Merlino, per puro caso.
ero andata a prendere in un gattile, la micia ferita di mia sorella che sarebbe dovuta venire a vivere con noi, ma che povera piccola morì solo pochi giorni dopo: ma questa è un'altra storia.
Fuori dal cancello di fronte al gattile, era appoggiato un trasportino, che la padrona del gattile stava per immettere in quella specie di lager felino, quando io mi avvicinai e guardai all'interno: sul fondo, un mucchietto di peli neri mostrava due enormi occhi di un blu luminoso che faceva impressione, e che lanciava dei sibili da serpente. fu amore a prima vista.
Portammo quel fagottino soffiante a casa, preoccupati perché sembrava avere le zampine posteriori immobilizzate. lo portammo immediatamente a visitare, ma la mia veterinaria fu subito tranquillizzante, si fa per dire: aveva si la coda rotta, ma un piccolo intervento avrebbe privato sia dell'impaccio che della coda il piccolo, restituendogli la sua mobilità.
Aveva quindici giorni, ed era così piccolo, così minuto che per fargli l'anestesia il quantitativo di sonnifero che venne impiegato dovette essere diluito per essere visibile. Fu una cosa estremamente dolorosa e sanguinolenta perché nonostante l'anestesia e la cura che ci mise Patrizia, il piccolo soffriva per quella coda legata oramai da un enorme ematoma e da un legamento al resto del corpo.
Ma finito l'intervento, al suo risveglio, il piccolo divenne un tornado su quattro zampe, una vivace trottola dallo stomaco infinito che mangiava ad ogni piè sospinto e che si addormentava nelle pose più assurde.
Quando giunse mi stava tutto in un palmo di mano e avanzava anche posto: oggi è un meraviglioso gattone di sei chili e mezzo che se potesse passerebbe le sue giornate a farsi coccolare ed a pocciare le mie magliette, quando sono su di me si intende. Ha anche imparato ad essere chiacchierone dalla sorella piccola, che ha sempre chiacchierato, mentre Merlino e Morgana prima del suo arrivo non parlavano mai.
Sua è la posizione di fronte al mio stomaco e di fianco a me comunque, quando si dorme, e sono liti quando la vecchia pretende che le venga concesso il posto come si confà ad una signora!!!!!!!

L'ultima della famiglia è Sardil, una trovatella che capitò in un nuovo periodo di cuccolosità acuta. aveva già due mesi e sembrava tanto tranquilla che non ci pensammo troppo su a completare in trittico di angeli neri: che cantonata!!! Almeno all'inizio.
Passò i primi quattro giorni nascosta sotto il divano, irraggiungibile da chiunque se non da Merlino che l'andava ad annusare e che è diventato il suo grande amore.
Poi piano piano ha cominciato a mettere la testa fuori ed a frequentare questo grande mondo che è la "casa dei gatti", queste due stanze strette e strapiene di oggetti e di gatti.
I primi approcci con noi sono stati violenti, non si poteva prendere in braccio,toccare, coccolare o comunque prendere di sorpresa, perché le affilate lame da ninja partivano verso qualsiasi parte del corpo avesse a portata di zampa. poi piano piano è arrivata a farsi almeno avvicinare. La prima volta che mi salì in braccio quasi piangevo: quella piccola isterica cominciava a cedere. Ne sono passate altre da allora: impazziva ogni volta che un gatto sconosciuto passava sotto le nostre finestre, tanto che io ci ho rimesso la perfezione dl mio naso, che ora porta uno sfregio con onore, e ho dovuto per un lungo periodo isolare casa dall'esterno con strani accorgimenti.
Poi picchiava tutti, impazzita, ogni volta che gli altri due litigavano, e calcolando che quei due sono una lite continua potete capire il livello di stress che potevano indurre. Senza parlare dei calori in cui cadeva, lei colloquiale come nessun altro dei mici di casa, in un deliquio di miagolii infiniti e soprattutto notturni.
Ora si è calmata, è diventata così coccola che l'altro giorno mentre le grattavo il collo me la sono trovata con l'occhietto a mezzasta e la lingua tra i denti; non mi posso mettere a letto senza ritrovarmela tra le gambe acciambellata e già addormentata prima che io mi sia finita di sistemare: un piccolo mattone che non si sposta nemmeno con la dinamite.
E riesce anche ad affacciarsi al balcone senza dare di matto: almeno così pare, e stiamo tutti pregando perché duri.
Questi sono i tre despota della casa, coloro che detengono il potere assoluto e per cui si rientra a casa ogni sera sia io che Odo.
Hanno i loro problemi: Merlino si ingozza e poi mi vomita regolarmente i biscottini per casa, per poi guardarmi con occhietto piangente, come a dire, perché mi succede? Mangiasse con meno foga!! La piccola è ancora un poco selvatica, anche se migliora ogni giorno di più, mentre la vecchia diventa ogni giorno più bisbetica e isolazionista, vive sulla SUA copertina, nel bagno, sul SUO balconcino della finestra, tranne quando si deve andare a letto che allora sale sul SUO mio fianco.
E cosi viviamo, con Odo che in questo entra per coccolarseli tutti, ma non deve subire nessuna colonizzazione notturna.
Aaaa le gioie della felinità!!!!!!

17 Novembre giornata internazionale del Gatto Nero