martedì 11 marzo 2008

quello che sono diventata.

oggi camminavo per venire al lavoro, pensavo a come mi sentivo, a come sentivo tutto di me in quel momento, di come non fossi esattamente al meglio, ed improvvisamente mi sono vista per come mi sentivo in quel momento.
mi sono vista come una donna piegata.
un tempo ero una guerriera, una combattente, che non si piegava di fronte a nulla e che non aveva paura di niente. affrontavo qualsiasi problema, qualsiasi intoppo con la forza del leone, ignorando gli impedimenti che la natura, il tempo, il fisico potevano pormi di fronte, andando avanti con la testa bassa, pronta ad affrontare i muri e ad abbatterli a testate, a costo di spaccarmi io la testa prima di abbattere il muro.
una vota mi opponevo ai limiti che il mio corpo mi imponeva, ignoravo le cose che mi frenavano, forzavo le mie barriere ed andavo avanti indomita e battagliera.
ed ora di quella combattente che cosa è rimasto? lo spirito, quello si ma prigioniero, chiuso in un corpo che sta piano piano rendendo la prigionia una lunga agonia di dolore e frustrazione.
il mio spirito ribolle all'interno di un corpo le cui giunture non rispondono più alle sollecitazione, le cui mani sono appena capaci di aprirsi una bottiglia d'acqua, i cui occhi stanno perdendo prematuramente la capacità visiva.
sono inchiodata dalla mia stessa incapacità, troppo debole oramai di ribellarmi a quegli impedimenti che si fanno sempre più doloroso e dove un tempo nonostante tutto andavo a correre magari poi facendomi gli impacchi freddi sulle ginocchia, ma contenta di aver scaricato quella voglia di muoversi, quella energia che avevo dentro, ora a fatica salgo la rampa della metro, attaccata al corrimano imprecando contro le fitte che dalle ginocchia si riverberano alle anche ed ai piedi. dove un tempo non mi sarei fermata di fronte alla stanchezza di una passeggiata ma avrei continuato, camminando fino a sera se serviva, felice di quel movimento, ora mi devo arrendere alla stanchezza che mi assale dopo due ore di passeggiata lenta tra le vetrine di una strada.
e mi manco.
mi manco così tanto da sentire l'angoscia della perdita.
e mi rendo conto che le avversità della vita, la stanchezza del vivere quotidiano, il tedio di un lavoro non amato, del combattere tutti i giorni con le difficoltà del vivere in una società che nulla concede a chi non si fa sotto, mi hanno piegato, inevitabilmente, anche la dove non volevo, anche la dove ho cercato di resistere allo stremo delle mie forze.
ed allora il venir meno del mio corpo non è che il sintomo finale del venir meno della mia forza interna, la lenta morte della guerriera che avevo dentro e che oramai ha le armi spuntate, e si trova travolta dal vivere.
e non basta il rifugio sicuro di una casa colma di amore, non basta l'ancora di cari amici attorno, non basta nulla per impedire alla corrente di strapparmi quelle ultime vestigia di forza che ancora mi rimangono: non cedo ma prima o poi le forze se ne andranno, ed io sarò lì, non solo piegata, ma spezzata in maniera inesorabile, vittima della mia stessa vita, succube del mio stesso corpo.

1 commento:

ondas ha detto...

Sei sicura che è questo che vuoi? Sei sicura che sia proprio arrenderti, quello che vuoi, l' unica ed ultima prospettiva per te?
Io non credo di poter capire tutto il dolore di cui parli in questo tuo scritto, le tue emozioni, la sfiducia come tu la senti, la vivi, ci sei a contatto ogni giorno in mille momenti diversi.
Però mi piacerebbe dirti di non dimenticarti di te. E te lo dico da persona che sta affrontando ed ha affrontato difficoltà che le hanno tolto molte e molte volte speranza, vita, capacità di dire (e di fare): "IO lotto per me. Mi voglio così tanto che a costo di sanguinare ma mi riprendo".
Io non so perchè o da cosa nasce questo mio sentimento ma te lo voglio comunicare. Ti sono vicina. Non con pena. Non dall' alto in basso. Ma come donna a donna, come lupa a lupa. Come donna ferita a donna ferita. Come donna che sta stringendo i denti per non lasciarsi andare. A donna che forse ha bisogno, voglia, desiderio di un abbraccio, e di alcune semplici parole calde: "Non aver paura, non sei sola ad affrontare queste difficoltà".
Io mi sono sempre sentita "vicina" a te, anche se non sono mai riuscita ad avvicinarmi o a farmi conoscere o a farti sentire in modo positivo questo mio senso di vicinanza. O forse ci sono riuscita ma non era o non è il momento. Non so. So che leggo questo post e mi dico che no, non puoi rinunciare alla tua vita ed a te.
Che non è finito tutto.
Che non sei destinata a soffrire.
Che farai, quando sarà il momento, ancora.
Perchè se è vero che sei stata una guerriera, è anche vero che questa gemma cìè ancora in te.
E, forse... un giorno la riscoprirai.
IO non ti conosco.
Eppure ne sono certa.
Perchè sei donna.
COme me.
Ed io lo so che una donna è capace di rinnovarsi mille volte nella sua vita, ed ancora mille.
Non è facile, bello vivere con tutti i limiti di cui hai parlato.
Fai conto che ti stia mandando un pò di mie energie.
Non mollare.
Non c' entra l' età (che può facilmente portare a pensare. "Ma tu che ne sai? sei giovane etc.").
Non mollare per te stessa.
Abbiti tanto a cuore, così tanto da non lasciarti morire dentro.
Un abbraccio sincero,

17 Novembre giornata internazionale del Gatto Nero