martedì 30 ottobre 2007

storie di famiglia

piove.
e come sempre quando piove, oltre ad uscire ogni più piccolo dolore escono anche i pensieri scuri, l'introspezione malinconica, la voglia del silenzio e del guardarsi dentro.
ed allora perché invece di farlo solo con la mente non farlo anche con le dita?
allora voglio parlare nel dettaglio di ciò che ho avuto nella mia vita infantile, voglio farvi conoscere la mia famiglia, e voglio che lo si legga sapendo che io amo le persone di cui parlo e che oltre a quello che dico in queste righe hanno anche dei pregi che però in questo momento non contano.
amo moltissimo i miei familiari, al punto che i primi tempi al di fuori della famiglia per me era stata una esperienza estremamente dolorosa, ma anche la convivenza con loro è sempre stata estremamente difficile, ed è diventata ora come ora impossibile, per periodi che superino qualche giorno.
mio padre è spettacolare, simpatico e spigliato, ma ha il mio carattere quindi già questo causa di continui attriti, in più è sempre stato estremamente esigente nei miei confronti, in maniera positiva, ma creandomi dei traguardi sempre difficili da raggiungere, al punto che alla fine i traguardi irraggiungibili me li creavo da sola e se non li raggiungevo mi sentivo in colpa nei suoi confronti perché sentivo di averlo in qualche misura deluso.
amo ed ho amato mio padre come un esempio, come un superman, certa di non riuscire mai a raggiungere la sua bravura in tante cose, così idealizzato da non riuscire ad accettarne l'invecchiamento e litigare con lui quando vedevo che cose, fino a ieri facili da fare, oramai gli riuscivano più difficili, se non addirittura preferiva non farle.
la frase che oramai ripetevo tranquillamente in quelle occasioni era: se ci riesco io come fai a non riuscirci tu? in fondo era così meglio, così imbattibile, così più...
una figlia che si vede per tutta la vita un osso lontano agitato e mai raggiunto, che quando lo raggiunge scopre trattarsi solo di un legnetto.. delusione e rabbia che mi hanno accompagnato per un sacco di tempo e che a volte ancora ora rischia di salire.
su tutto questo un carattere che si diverte a pungere ed a spingere, a volte a istigare alla lite, e che mi portava costantemente allo scontro su qualsiasi cosa, anche la più piccola e inutile.

mia madre è una donna che ha sacrificato tutta se stessa per la vita di casalinga, e che in qualche modo ha riversato su di me tutto quello che poteva volere e che sapeva di poter ottenere da una figlia che per sua stessa ammissione era una perfetta bambina, una di quelle bambine tranquille, mai piangente, mai di disturbo, la si poteva portare dappertutto senza problemi perché non disturbava.un sogno di bambina che cresceva con una madre che viveva per la famiglia e che dalla famiglia otteneva tutte le sue gratificazioni. sapeva tutto di me, in ogni momento: quando ero piccola riusciva a stupirmi sapendo tutto di me, dove andavo, cosa facevo, e crescendo è stato naturale per me dirgli tutto, quello che facevo, quello che dicevo, le esperienze che facevo.
una piccola donna che alla fine si è sentita più amica che figlia in tante situazioni, e a volte si è caricata dei problemi che erano della famiglia, si è sentita colpevole quando le cose non funzionavano, si è sentita in dovere di fare sempre il meglio.

e forse proprio perché cercavo sempre di fare il meglio, per tutte e due, finiva che non riusciva fare bene, e venivo considerata una ragazza da proteggere, una bambina da tenere sotto una campana di vetro, da difendere dalla vita e dalla gente: non potevo uscire da sola, non potevo andare in discoteca, non potevo avere un motorino, non potevo fare nulla al di fuori di casa, perché io ero quella strana, quella che non ci si poteva fidare, che non poteva essere responsabile.

poi c'era mia sorella.
lei è quella posata, che è cresciuta responsabile, che sapeva cosa voleva e che ha sempre lavorato per quello che voleva. però quando io avevo chiesto di lasciare la scuola loro si sono imposti per farmi studiare, io non ho mai chiesto di essere portata avanti con gli studi, non ho mai chiesto di andare all'università. non dico che non volessi farlo, quando sono andata a scuola ero felice di farlo, ma non l'ho chiesto io, come non ho chiesto di essere mantenuta per tutto quel tempo.
se avessi fatto come volevo forse ora avrei una cultura minima, avrei un lavoro insoddisfacente, uno stipendio ed una vita ben diversi da quello che ho io, ma non ho mai obbligato nessuno a darmi ciò che mi è stato dato e che mi ha fatto giungere qui: perché allora sentirmi in colpa per tutto questo, sentire che devo a tutti qualcosa, come se avessi privato mia sorella di ciò che io ho avuto? forse perché ogni volta che mia sorella sballava un esame a me veniva detto " be lei poveretta si deve mantenere agli studi da sola, mica come te che hai potuto studiare pagata."

è stata una lunga agonia, durata da quando aveva 18 anni e si è iscritta all'università, ed ora ne ha 36 e si è finalmente laureata, e da ora in poi non mi diranno più quanto si è sacrificata, quanto poverina a faticato per ottenere quello che ha ottenuto: ma io che ho fatto la mia laurea in tre anni, andando su e giù tutti i giorni, facendo il tirocinio ed ottenendo voti atti a diminuire le tasse, per la mia media, io che ho fatto quello che volevano e nei tempi che volevano, io no, io non ho faticato, io non ho sudato e non mi sono sacrificata.
forse è vero, per me la sua laurea ha avuto più di un significato: da una parte mi ha liberato di quel peso che provavo, della sensazione di dovere sempre qualcosa a qualcuno, anzi non qualcuno, a lei, qualcosa che mi era stato dato e che forse sentivo di non meritare o forse pensavo di aver meritato solo in parte.
e forse ho sentito anche rabbia, rabbia verso di lei sapendo che in quel momento finalmente sarei stata libera, libera di non sentirmi in colpa, anche se oramai è una meccanica che non mi lascia, io in colpa oramai mi sento sempre, so di sentirmi sempre colpevole, anche quando magari non c'entro nulla, o quando nonostante tutti i miei sforzi quello che ottengo non è quello che voglio o che mi aspetto.
vita dura a volte, a volte così dura da non sapere come andare avanti, perché non sono mai abbastanza,non riesco mai ad essere al livello che mi viene richiesto, anche perché il livello è altissimo, il limite è altissimo e mi è imposto da una persona estremamente esigente: me stessa.
ma io ho avuto insegnati molto bravi, e sto faticando molto per riuscire a disimparare.

lunedì 22 ottobre 2007

(19/10/07) visite di famiglia


siamo alle solite: adoro andare dai miei ed odio andare dai miei.
mi mancano immensamente quando non li vedo, ed il rivederli mi riempie sempre di una gioia immensa, diamo e riceviamo una gran quantità di affetto, di amore, che ci riempie l'anima e ci fa sentire felici e vicini.
ma nello stesso tempo si sente una costante rabbia inespressa che cova sotto la cenere, una tensione che sprigiona scintille ogni volta che il discorso scende sotto l'argine di sicurezza.
cose di cui non è consentito parlare, altre che hanno più di una versione e di una interpretazione.
ed allora ci si muove come in una danza, sottraendosi dove si può allo scontro, aggirando l'ostacolo, ignorando le stoccate, anche se colpito, per evitare il duello che inevitabilmente causerebbe morti e feriti.
e dove lo scontro scoppia, se possibile non venire coinvolti, ignorarlo, facendo finta di niente, parlando d'altro con chi fa la stessa cosa e lasciare chi combatte da solo, per non essere feriti, e per non ferire.
è una danza di spade, anche affascinante se vostra dal di fuori, sicuramente faticosa e alla fine ti lascia sempre insoddisfatto e sconfitto.
si può danzare per giorni, ma se si è persa l'abitudine alla fine ti esaurisce inevitabilmente ed io ho deciso che nella MIA di vita quella danza continua non l'avrei voluta: l'ho danzata per tanto, troppo tempo.
e più sono e danzatori più la fatica aumenta, fino al punto da essere soverchiante: si può anche reggere un passo doble per qualche tempo ma in tre senti già l'affanno ed in quattro le ferite sono inevitabili.
lo strano è che nonostante conosca questa danza, e sappia di doverla ballare se voglio andare da loro, la prima ferita mi coglie sempre impreparata, il primo sangue che sorre mi rende sempre rabbiosa e sbilanciata, ed il primo scontro è sempre sanguinoso perché la mia risposta è cieca, dettata dal desiderio di sopravvivere più che dal calcolo.
perché in fondo è questo lo scopo della danza: evitare di essere feriti e di ferire pur giocando con lame Toledo.
il problema invece è che ogni tanto qualcuno si ferma, e gli altri che non lo vedono fermarsi affondano le spade nella carne, allora lui risponde, le ferite aumentano ed alla fine per sopravvivere si ricomincia a danzare, sanguinanti, dolenti e addolorati, ma si ricomincia a danzare: e mi raccomando signori, sorridete.

mercoledì 17 ottobre 2007

un fine settimana bestiale.

oggi giornata campale che prelude ad un fine settimana altrettanto frenetico.
la mattina passa come al solito al lavoro, tra alti e bassi, senza nulla di nuovo, poi qualche ora con mau perché non ci vedremo per niente questo fine settimana, almeno fino a sabato sera.
pranzo con lui, poi alle quattro da Stefano, che come ogni volta cercherà di demolire un'altro pezzettino di quella diga che ho dentro di me e che mi impedisce di scorrere naturalmente, come dovrei. alle cinque di corsa a cercare un regalo per mia sorella e la sua tesi e per la piccola di Carlo e il suo battesimo. quindi a casa a finire di preparare la valigia, pronta per partire entro le otto, cosa che dovrò comunicare anche ai miei che dovranno passare a prendermi alla stazione.
poi domani.
ci leviamo alla mattina, non so a che ora per andare a Siena dove finalmente, dopo tanto, Flavia discuterà la sua tesi, un evento degno di essere immortalato dalla macchina fotografica che ho già carica e pronta.
poi ritorno a Grosseto e festa comprendente il compleanno di papà che cade proprio domani se non ricordo male, e credo che regalo più bello di questo Flavia non poteva farglielo.
quindi cena e ninne che il giorno dopo ho la sveglia alle quattro e il treno alle cinque e mezza per Bologna dove vado a visitare una fabbrica di ossigenatori e dove passerò la giornata tra prove di laboratorio e dimostrazioni: speriamo solo di non fare una figura barbina.
quindi cena con i rappresentanti e ninne in albergo tutto spesato, la cosa che adoro di più devo essere onesta.
il giorno dopo finalmente c'è il ritorno a Roma e nella mia casetta adorata, dove porto riposarmi e riprendermi dal viaggio, almeno fino a quando non smonterò la resistenza dello scaldabagno che si è rotta e va sostituita. quindi dovrò andare a comprare quella nuova e cambiarla, rimontare tutto e sperare che funzioni.
la domenica infine c'è il battesimo, fortunatamente nel pomeriggio, e quindi ci sarà il rinfresco e compagnia bella: ed io non amo nemmeno i bambini, figurarsi!!!!
quasi non vedo l'ora che sia lunedì e che il tutto sia superato, anche solo perché è una sofferenza per me andare tre giorni fuori senza il mio cucciolo, che rimarrà da solo a casa e andrà da mamma.
spero di divertirmi almeno a Bologna.

martedì 16 ottobre 2007

l'imperscrutabile disagio dell'anima

sono giorni di cambiamenti.
cambia il tempo, e finalmente sembra che il brutto giunga e porti con se un poco di sano freddo, di quello che ti fa desiderare che torni il caldo, che arrivi di nuovo l'estate.
cambia la vita di mia sorella che finalmente dopo quasi venti anni di università riesce a laurearsi anche se ancora l'aspetta il periodo d'internato.
e cambio anche io, anche se non so se in meglio o in peggio; mi sento in questo momento apatica e poco incline al movimento ma sento che dentro di me cova il cambiamento, tutto sta a capire cosa vuole cambiare, perché io ancora non sono riuscita a capirlo.
me lo chiedo dall'ultima seduta con Stefano, quando il nervosismo era così palese da essere quasi ridicolo, ma il motivo mi era oscuro e lontano, e me lo sono chiesto ogni giorno da allora ma ancora una risposta non sono riuscita a darmela.
sento che c'è qualcosa che reclama una vita, che vuole uscire e concretizzarsi, ma non riesco a capire di cosa si tratti: sono in qualche modo turbata dai mutamenti che vedo nella vita di mia sorella e che collidono con quelli che invece non riesco ad attuare nella mia?
o come ha suggerito mau, sono irritata dalla mancanza di mutamenti nella vita di mau mentre io vorrei che ci fossero nella mia?
però se ci penso nessuna delle due ipotesi mi da un qualche tipo di segno, un impressione di possibilità. nessuna delle due mi disturba più di tanto, una perché oramai lontana dalla mia vita e quindi non più influenzante sia nelle scelte che nelle cose di ogni giorno.
l'altra perché è una scelta che è fatta con coscienza, e che io rispetto in quanto riguarda la sua vita ed è giusto che se da me devono venire consigli se richiesti, non vengano nessun tipo di imposizioni perché è importante il rispetto della vita dell'altro.
allora da dove viene questa irrequietudine che mi agita?
non riesco a capire e spero che domani, sondando si riesca a trovare il bandolo di questa matassa, altrimenti mi attende un'altra settimana di insoddisfazione e di domande.

17 Novembre giornata internazionale del Gatto Nero